Studenti a caccia di Medioevo nei due dialetti di Pellestrina

Una ventina di universitari di Ca’ Foscari in sopralluogo.  Nell’isola forme arcaiche già in disuso ai tempi di Goldoni

PELLESTRINA. Retaggi medievali, arcaismi andati perduti nella Venezia di Goldoni eppure ancora in uso da parte di poco più di tremila anime. Ma soprattutto un patrimonio linguistico e culturale da conservare, difendere e studiare. Perché in quelle formule, in quei modi di dire si nasconde un tassello fondamentale nella storia di Pellestrina. Di più, dell’intera laguna. Capita così che “pellestrinotto” e “sanpierotto”, i due dialetti dell’isola di Pellestrina, diventino oggetto di studio per una ventina di studenti del corso specialistico di dialettologia italiana di Ca’ Foscari.

Sul posto

Guidato dal docente Daniele Baglioni, mercoledì mattina il gruppo di ricerca si è spostato sull’isola per condurre una vera e propria inchiesta sul campo. Per ascoltare, in prima persona, le inflessioni dialettali e cercare di ricavarne ogni piccola particolarità. Fa parte del metodo di lavoro, come dimostra l’ultima ricerca simile condotta a Burano due anni fa. «La laguna è un ecosistema», spiega il professor Baglioni, «anche da un punto di vista linguistico, oltre che ambientale». E proprio il dialetto “pellestrinotto”, a quanto pare, è uno dei meno studiati della laguna.

Le ricerche

Le ultime ricerche, conservate negli archivi della municipalità e negli scaffali degli studiosi di dialetti, sono datate 1974. Quarantacinque anni, un’eternità: «Le lingue cambiano, mutano e si perdono nell’uso quotidiano. Per questo», aggiunge il docente, «occorreva andare sul campo, e sentire in prima persona la popolazione». Con l’aiuto del presidente della municipalità di Lido e Pellestrina, Danny Carella (lui stesso madrelingua pellestrinotto), gli studenti hanno potuto parlare con cinque autoctoni, rigorosamente divisi nelle due frazioni di San Piero in Volta e di Pellestrina. «La ricchezza linguistica di Pellestrina», spiega Carella, «in questi decenni è stata totalmente trascurata. È un bene studiarla prima, il rischio è la sua estinzione». La prima parte dell’inchiesta, centrata sull’aspetto socio-linguistico, prevedeva di sentire dalla voce stessa dei residenti quali fossero le parole e i modi di dire più diffusi nell’isola. Al tempo stesso, ai residenti è stato chiesto di spiegare le differenze con altre cadenze lagunari e se il dialetto del posto fosse ancora un fattore importante di appartenenza. Nella seconda parte, gli studenti hanno sottoposto ai parlatori una serie di frasi da tradurre in dialetto.

Le curiosità

Qui sono emerse le particolarità più curiose. «Sospettavamo», dice Baglioni, «che a Pellestrina fosse ancora in uso una forma arcaica di condizionale, in disuso a Venezia dal ‘600”. Un esempio? “Sarave”, al posto di “sarebbe”. Oltre ai verbi, anche parole come “fuora” per fuori, “rioda” per ruota e “niovo” per nuovo hanno destato la curiosità dei ricercatori: «A Venezia esistono calli e corti con questi nomi, ma già dal Goldoni in poi non compaiono più nell’uso quotidiano». Insomma, veri e propri retaggi dei secoli scorsi. Rimasti intatti, e ancora in uso, nonostante la modernità. Un nocciolo di tradizione, spiegano i ricercatori, affatto compromesso dallo sviluppo tecnologico e dalla facilità dei collegamenti. Il perché di questa particolarità è difficile da spiegare se non con un senso d’appartenenza (e gelosia rispetto ai vicini isolani) molto forte. «Uno studio comparato delle varietà linguistiche lagunari», conclude Baglioni, «permette di aggiornare, e ricostruire, la storia dialettale di Venezia». —




 

Banana bread al cioccolato

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi