Bocciature illustri e critiche allo stile Campiello a sorpresa

Cinquina inattesa, fuori Einaudi, a Valentini l’opera prima Nordio elogia gli imprenditori, Tomasin attacca gli editor 

Un attacco impietoso allo stato della narrativa italiana, un difesa appassionata dell’imprenditoria veneta e poi qualche conferma, una bocciatura illustre, molte sorprese. Questo in poche parole l’esito della selezione aperta dei finalisti del Premio Campiello, che si è svolta, come abitudine, nell’Aula Magna del Bo, a Padova. Cominciando dalla fine, le sorprese vengono proprio dai cinque libri che sono stati selezionati, non tutti facilmente pronosticabili. È vero che c’è un nome importante, quello di Ermanno Cavazzoni, autore prolifico, dal tratto personale, portato al cinema da Fellini, ma pochi avrebbero puntato sul mastodontico e distopico “La galassia dei dementi” (La nave di Teseo), che invece è passato alla prima votazione con 6 voti su 11 giurati, secondo le regole del Campiello che chiedono il 50% più uno. Meglio di Cavazzoni ha fatto solo Helena Janeczek, il cui “La ragazza con la Leica” (Guanda), ha totalizzato 9 voti ed è piaciuto in pratica a tutti. Il racconto sulla vita della fotografa Gerda Taro, amica di Robert Capa e morta nella guerra di Spagna, era del resto tra i più attesi, avendo vinto il Bagutta ed essendo stato selezionato dallo Strega.

Poco pronosticabili gli altri tre, a cominciare da Davide Orecchio, il cui “Mio padre la rivoluzione” (minimum fax) è entrato anch’esso nella selezione alla prima votazione. Vero è che il libro aveva avuto ottime recensioni, ma Orecchio è solo al suo secondo libro, non aveva dietro un grande editore e ha scritto un libro in cui fiction e non fiction si fondono. Al suo secondo romanzo, ma in realtà il primo in prosa, è anche il trevigiano Francesco Targhetta, che con “Le vite potenziali” è entrato al secondo turno. Al ballottaggio finale per il quinto posto è passato invece “Le assaggiatrici” (Feltrinelli) di Rosella Postorino, che ha combattuto fino all’ultimo con libri sulla carta più attesi come “Ipotesi di una sconfitta” (Einaudi) di Giorgio Falco, finalista tre anni fa, e “Bestia da latte” di Gian Mario Villalta, poeta, romanziere e deus ex machina di Pordenonelegge.


La bocciatura illustre è quella dell’editore più premiato della tradizione italiana, ovvero Einaudi, che dopo molti anni non piazza nessun libro tra i finalisti, pur avendo ottenuto consensi sia per Falco, sia per Carofiglio. Ma in fondo dimostra la trasparenza dei giurati e smentisce le voci che vogliono gli editori a comandare le giurie. La difesa appassionata, è quella che il presidente della giuria tecnica, Carlo Nordio, ex magistrato, titolare di molte inchieste, ma anche scrittore, ha fatto degli industriali veneti. Altro che rapaci, altro che ubriaconi - ha detto - altro che cacciatori di schei, gli industriali veneti hanno senso etico e fanno cultura e il Campiello lo dimostra. Quanto all’attacco impietoso allo stato della letteratura italiana, e forse anche della lingua, è venuto da Lorenzo Tomasin, giurato e docente di filologia, che nel presentare il quadro dell’anno letterario ha denunciato il dominio dei romanzi usciti dalle scuole di scrittura e dalle mani degli editor, tutti appiattiti su una lingua “editoriale”, assolutamente interscambiabile, perché priva di ogni connotato stilistico. Molti i sommersi e pochi i salvati. Tra questi, premio Campiello Opera Prima, “Gli ottanta di Campo-Rammaglia”, di Valerio Valentini, cronaca reinventata di un immaginario paese d’Abruzzo che resiste al dopo terremoto.

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