I ricordi che portiamo nel futuro

I ricordi che portiamo nel futuro
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Ci sono segnali apparentemente insignificanti che ci dicono molto su quello che siamo. Per esempio la musica. All'inizio di giugno a Milano Elton John ha fatto il suo ultimo concerto: a vederlo sul palco non sembrava pronto per l'addio. È stato divino. Qualche giorno dopo a Roma Venditti e De Gregori hanno infiammato l'Olimpico e mi hanno fatto ricantare la mia adolescenza sotto il segno dei pesci. Restando ai concerti potrei citare anche Vasco Rossi e i Rolling Stones ovviamente, ma non c'ero. Epperò la canzone più ascoltata del mondo a giugno è stato un vecchio successo degli anni '80 di Kate Bush riportato in auge da una scena di una serie tv di Netflix.

Intanto al cinema domina da giorni un filmone su Elvis Presley. Mentre il più letto settimanale italiano la settimana scorsa celebrava in copertina Raffaella Carrà. Quanto ci manca, diceva.

Qualcuno sostiene che c'è nell'aria una gran nostalgia, e che i ricordi stanno cancellando l'innovazione e quindi il futuro e che molto dipende anche da questioni anagrafiche: i baby boomers, quelli nati negli anni '60, sono tantissimi e questo spiegherebbe anche perché su piattaforme come Spotify lo streaming della musica del passato cresca più di quello della musica nuova. Ascoltiamo vecchi successi. Sarà anche così.

Ma io non lo so se è soltanto nostalgia, o paura del futuro. All'Olimpico con me cantava mia figlia adolescente che Venditti e De Gregori li ha appena scoperti. La serie tv di Netflix narra le vicende di un gruppo di ragazzini. E la canzone principale di Elvis è una cover cantata da Damiano dei Maneskin. Forse semplicemente le cose belle non vanno via, come i ricordi delle persone che abbiamo tanto amato.

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