Nadal e l'algoritmo della vittoria

Nadal e l'algoritmo della vittoria
Dire che Nadal aveva solo il 4 per cento di probabilità di vincere non voleva dire che aveva perso: voleva dire che era difficile, improbabile, ma ce la poteva ancora fare
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Dicono che battendo in finale Medvedev, domenica scorsa Rafa Nadal abbia battuto anche l’intelligenza artificiale che lo dava sconfitto. Che già prima della finale gli algoritmi predittivi assegnavano allo spagnolo solo il 34 per cento delle probabilità di vincere il torneo di tennis di Melbourne, e che quando il campione russo si è trovato in vantaggio per due set e con tre palle per levare il servizio al rivale nel terzo, le probabilità di vittoria di Nadal sono crollate al 4 per cento. E invece a quel punto Nadal è risorto, ha vinto tre scambi consecutivi, e poi quel game e poi il set e infine gli altri due entrando nella leggenda.

Cosa ci insegna questa vicenda? Intanto che anche gli algoritmi predittivi sbagliano, soprattutto se devono valutare elementi umani che sono difficilmente riconducibili a dati numerici: quanto peso dare alla forza mentale di Nadal? e alla sua fame di vittoria in quel momento? e all’inesperienza del suo avversario più giovane? E poi c’è il caso, che nel tennis può manifestarsi con la pallina che tocca il nastro e finisce in un campo o nell’altro. Tutto questo non per denigrare gli algoritmi predittivi che si limitano a indicare le probabilità che si verifichi un certo evento utilizzando alcuni dati; ma per imparare ad utilizzarli meglio. Dire che Nadal aveva solo il 4 per cento di probabilità di vincere non voleva dire che aveva perso: voleva dire che era difficile, improbabile, ma ce la poteva ancora fare. Vale per tutti noi: ce la possiamo fare. Come dice il protagonista di un grande romanzo, Novecento, “nella vita non è finita finché hai una storia da raccontare e qualcuno a cui raccontarla”. 

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