Il pifferaio, i topolini e i social

Questo testo è uscito originariamente sull'ultimo numero di D Lui
2 minuti di lettura

Sono uno stupido, Ho perso una occasione clamorosa. L’occasione di creare un trending topic. Lanciare l’argomento di cui tutta Twitter parla. Non è difficile: trovi un appiglio, ci metti un hashtag tipo #renzifaischifo o #salvinivergogna e se l’appiglio regge sono tutti lì a twittare dietro di te. Deve essere una sensazione inebriante. Tipo il pifferaio con i topolini. Di solito facciamo i topolini, diciamolo. Ma fare il pifferaio deve essere un’altra cosa.

Ma sono stato uno stupido. Eppure un appiglio ce lo avevo. Avevo un gran bel piffero da suonare. Un disservizio. Un disservizio serio, di quelli che ci fanno indignare, dire “ma allora in Italia non funziona nulla”, oppure “quei capi si devono dimettere, con tutto quello che si intascano” (nota bene: intascano, non guadagnano. Per i topolini gli altri sono tutti ladri). Ma veniamo ai fatti. Era il 27 agosto 2021, un venerdì, l’ultimo prima del ritorno dalle vacanze di moltissimi. Ed io ero su un treno da Roma a Milano dove ero atteso per una registrazione televisiva che avrei dovuto condurre: insomma, c’erano tante persone che dipendevano da me, dal fatto che io arrivassi e facessi il mio lavoro. Ma non sono mai arrivato a Milano quella mattina. Appena usciti da Firenze il treno si è fermato. Eravamo ben dentro la prima di una serie di lunghe gallerie che collegano Firenze e Bologna. Quando il treno si è fermato nessuno si è preoccupato, sembrava un fatto normale, capita spesso: abbiamo tutti continuato a fare le nostre cose, di solito con lo smartphone o il personal computer, rassicurati dalla voce gentile del capotreno che dopo un po’ ci ha detto che eravamo fermi per una precauzione e che saremmo ripartiti dopo pochi minuti. Ma dopo pochi minuti il capotreno ci ha detto che il treno non ripartiva, che avrebbe provato a riavviare tutti i sistemi sperando che bastasse. Abbiamo smesso di armeggiare con i telefonini in attesa del segnale che eravamo ripartiti, ma invece si è spento tutto: le luci, l’aria condizionata e naturalmente il segnale Internet. Eravamo in un galleria al buio pesto senza poter telefonare e senza sapere quanto sarebbe durata l’attesa. Lo dico subito sapendo di spoilerare il finale: è durata tre ore. Tre ore durante le quali abbiamo atteso al buio e con poca aria (hanno aperto i portelloni facendoli presidiare da medici o militari a bordo). Tre ore senza poter dire a chi ci attendeva che non saremmo arrivati ai nostri appuntamenti, ma che stavamo bene. Tre ore lunghissime, troppo. Tre ore per mandare un treno a prenderci da Bologna sono davvero troppe. Un ritardo, questo sì ingiustificabile. Ma anche tre ore in cui il personale del treno, un Italo, si è prodigato in tutti i modi per confortarci e sostenerci con una gentilezza niente affatto formale. Ci hanno fatto sentire il loro dispiacere e il loro tentativo di rendere meno sgradevole quella sensazione claustrofobica di stare chiusi in una gabbia al buio. Come topolini.

Quando siamo ripartiti (lentamente, il traffico ferroviario era impazzito), i miei appuntamenti milanesi erano tutti saltati e sono sceso a Bologna e ho preso il primo treno per Roma che lentamente mi ha portato a casa. Ma avevamo luce, aria condizionata e collegamento a Internet. Potevo vendicarmi, farli a strisce, “quei ladroni di Italo”, diventare pifferaio e invitare tutti i topolini famelici ad azzannare la preda. E invece ho ringraziato i lavoratori di Italo: quelli che ci hanno confortato e aiutato. Ho elogiato la loro gentilezza. E non mi ha filato nessuno. La gentilezza non va in trending topic. Ma dobbiamo continuare a praticarla, soprattutto sui social, ogni volta che possiamo. Siamo uomini e donne, non topi.

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito