Apprendere con social e cuffiette oggi si può. Ma quali sono i pro e i contro del social learning?

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Oggi si studia e impara anche all’interno di una piattaforma social. È la nuova frontiera dell’apprendimento, sempre più diffusa non solo tra i ragazzi. Come trovare questi contenuti? È molto semplice! Bisogna entrare all’interno di TikTok, Instagram o YouTube e cercare hashtag (#) come #apprendere, #impara #imparare, #learning, magari aggiungendo cosa, come ad esempio inglese, grammatica, matematica ecc…, o digitando direttamente l’hashtag della materia che si vuole imparare. Tante persone si stupiranno nel trovare a propria disposizione, all'interno della piattaforma digitale, professionisti, professori, dottori, esperti e nel contempo tantissimi ragazzi, anche adolescenti con una particolare attitudine verso una specifica materia, che aiutano i  follower a studiare, a capire, ad amare ciò che insegnano.

Nel 2016 ho scritto Generazione Hashtag, e non mi sbagliavo, siamo la generazione dei tutorial, impariamo attraverso i video che ci insegnano come fare o non fare una determinata cosa, anche come si va in bagno. I video tutorial più consultati (i videogiochi hanno un canale a parte), sono quelli di cucina, di viaggi, di come diventare ricco e felice. Oggi pullulano anche i contenuti legati al fit e al mangiare sano.

Aumentano sempre di più anche quelli legati alla dizione e alla lingua italiana. Chi di voi non ha odiato almeno una volta nella vita la grammatica? Chi di voi non ha avuto dubbi su come scrivere una parola o coniugare un verbo? Quanti pensano di non essere in grado di imparare la grammatica visto che non lo hanno fatto a scuola? Quanti ragazzi non la amano perché tante volte viene insegnata in modo pesante e soffocante? Oggi si può imparare persino la grammatica, la chimica, la matematica o la fisica, le materie un po’ più ostiche grazie ai tanti professionisti, amatori ed esperti che hanno messo il proprio sapere a disposizione di tutti per far capire che è possibile imparare anche con un sorriso, anche senza fare lezioni pesantissime e noiose. Si può apprendere anche in un modo dinamico, veloce, anche su un social network come TikTok o come Instagram, perché oggi non solo l’informazione, ma anche la formazione è alla portata di tutti.

Qual è il segreto del successo del social learning? L’ho chiesto a Manolo Trinci, autore di "Le basi proprio della grammatica" edito da Bompiani che, con un canale TikTok e Instagram dedicato all’insegnamento social della grammatica, è particolarmente seguito da ragazzi e adulti (me compresa). Manolo ha iniziato a sfruttare i canali social usando le immagini, realizzando delle vignette in grado di spiegare la grammatica attraverso un altro linguaggio rispetto a quello scolastico, quello dei più giovani, soprattutto per provare, con successo, a fargli amare la tanto odiata grammatica. L’approccio di fondo alla grammatica è sbagliato. Il suo studio viene vissuto con il pregiudizio della valutazione scolastica, mentre è possibile impararla senza subirla, semplicemente sentendosi parte attiva del processo di apprendimento. È importante fare una semplificazione dei contenuti senza scadere nella banalizzazione, senza usare troppi tecnicismi o termini che usano prettamente i linguisti, usando una modalità comunicativa comprensibile a tutti per catturare e tenere alta l’attenzione. È proprio l’uso di esempi del quotidiano, della vita reale, che crea maggiore coinvolgimento e curiosità, spiega Manolo Trinci, come anche la sfida settimanale del lunedì che li rende molto più partecipi senza che si sentano valutati. Questa modalità viene vissuta come occasione per mettersi in gioco. Sono tantissimi i commenti che ogni giorno riceve, soprattutto parole di ringraziamento per avergli dato la possibilità di fare pace con la grammatica e di sentirsi più sicuri nello scrivere perché la lingua scritta è ancora viva.

Io credo che il successo di Manolo Trinci sia dettato anche dalla sua spontaneità; non è visto dai suoi follower come un professore che sta dietro a una cattedra, non crea una distanza emotiva e non trasmette una sensazione di irraggiungibilità. Usa un linguaggio semplice, che arriva a tutti, cambia continuamente stimoli attivando curiosità, interagisce con il suo pubblico creando un contatto e quindi fiducia, rispondendo anche ai loro dubbi. Infine gioca con i suoi follower, li sfida, fa i quiz e le persone, a volte senza neanche rendersene conto, imparano divertendosi. Questo non significa che si debbano abolire le lezioni frontali e la didattica più tradizionale basata sui libri, lo devo specificare per chi ragiona polarizzando ciò che legge ed estremizzando tutto; significa che si tratta sicuramente di un canale che funziona, perché i numeri parlano chiaro. Io stessa, in parallelo alla lettura e alla scrittura di libri e articoli, studio con i social e con gli audiolibri, perché questa forma di apprendimento stimola maggiormente il mio cervello e il tasso di apprendimento, sempre che si possa calcolare.

Il social learning è efficace perché attiva il cervello, la curiosità, perché è una modalità più diretta, perché viene usato un linguaggio più “comprensibile”, perché ci si sente meno ignoranti e meno valutati e quindi la componente emotiva negativa va ad offuscare di meno quella cognitiva. La generazione dei più piccoli è abituata a imparare attraverso la rete,  anche attraverso i canali video e con stimoli visivi e uditivi che creano un’amplificazione dello stimolo.

Anche le app formative sono in netta crescita, soprattutto quelle relative alle lingue straniere. Ma attenzione! I ragazzi hanno ancora bisogno di leggere, di attivare anche altre aree cerebrali, di non mantenere sempre ritmi eccessivamente rapidi e veloci, ma di saper stare anche nella pausa e in una condizione in cui non si è iperstimolati per evitare che si vadano ad intaccare ulteriormente le difficoltà di concertazione prolungata e di attenzione.

Negli Stati Uniti stanno progettando le “walking classroom”, classi che camminano, basate su lezioni praticate all’aperto attraverso podcast da ascoltare nelle proprie cuffiette mentre si fa movimento. The Walking Classroom è un programma educativo che offre agli studenti l'opportunità di fare attività fisica senza perdere tempo didattico e applica la teoria dell'apprendimento cinestetico di Kuczala. Tutto questo è molto interessante, ma non dobbiamo mai perdere il senso dell’apprendere insieme, del gruppo-classe, del confronto, della competizione e del gioco di squadra per evitare di avere una generazione di bambini dotati dal punto di vista cognitivo e deficitari da quello emotivo e relazionale che tenderanno sempre più al ritiro sociale. Per questa ragione questa modalità non può prendere il sopravvento su quella più tradizionale. Non possiamo alimentare ancora di più l’isolamento tecnologico: dobbiamo usare queste modalità come un’aggiunta, come un facilitatore, come un aiuto e non un sostituto.

Il cervello risponde bene a questi segnali, soprattutto quello delle nuove generazioni immerse nella tecnologia, quello dei più piccoli. Più sono piccoli meglio rispondono, il loro cervello è già plasmato sugli stimoli digitali.

I risultati di un recente studio dal titolo “The Walking Classroom: Measuring the Impact of Physical Activity on Student Cognitive Performance and Mood”, pubblicato nella rivista Journal of Physical Activity and Health, dimostrano livelli significativamente più elevati di apprendimento mentre si cammina rispetto all'apprendimento da seduti e supportano la tesi che l'associazione dell'attività fisica con l'istruzione porti a un aumento delle prestazioni e dell'umore per gli studenti delle scuole elementari.

Oggi si sta introducendo anche l’uso dei videogiochi come supporto formativo ed educativo in classe che permette, da un lato, di incrementare lo sviluppo delle competenze e dell’intelligenza digitale, e dall’altro, di coinvolgere maggiormente i più piccoli nel processo di apprendimento. La “gamification” applicata alla formazione permette di far vivere da dentro in maniera attiva e diretta il processo e quindi di fissarlo maggiormente nella mente. Lo scorso anno, con il team  dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza abbiamo lavorato con oltre 1600 bambini di 9 e 10 anni e abbiamo creato un gioco per insegnargli cosa fosse il grooming (adescamento online) e come non rimanere incastrati in questi pericoli della rete. Tutti i bambini hanno apprezzato tantissimo questa modalità perché erano partecipi, chiamati a risolvere dei compiti e accettare delle sfide per poi raggiungere un traguardo. Nella verifica finale tutti i bambini avevano ben chiaro cosa fosse il grooming e tutte le indicazioni che erano state comunicate e insegnate. L’uso del gioco ha facilitato notevolmente il processo di apprendimento e ha fissato i contenuti proposti nella loro mente.

Dobbiamo sicuramente stare attenti a non sovraccaricarli di stimoli, visto che oggi siamo tutti bombardati da ogni tipo di informazione e la nostra capacità attentiva è messa veramente a dura prova. Per molti bambini e ragazzi, infatti, la lettura “classica” è diventata sempre più difficile, così come mantenere la concentrazione su stimoli che non sono digitali. Anche i libri stessi si stanno adattando a questo cambiamento: sono sempre più basati su immagini, regolette, frasi fatte e richiamano lo stile social. Il linguaggio digitale è più semplice e immediato, mentre quello non tecno-mediato è più complesso, richiede un maggiore sforzo e più tempo, per cui il livello di attenzione e di coinvolgimento cala drasticamente. Ciò che attira dell’apprendimento social, inoltre, è la gratificazione immediata: ho subito le risposte, ho una reazione istantanea e questo mi va ad attivare anche le aree del cervello relative al rilascio della dopamina, della ricompensa e del piacere per cui associo una sensazione positiva a quel tipo di stimolo e lo vado a ricercare nuovamente. In parallelo all’inserimento delle modalità di apprendimento digitali dovremmo insegnare a bambini e ragazzi ad essere più consapevoli su come gestire l’attenzione, concentrarsi e mettere a fuoco le informazioni anche sotto il bombardamento di innumerevoli stimoli. Ma a noi, in realtà, non piace fare la tanto decantata prevenzione. È una delle parole più abusate e meno utilizzate del momento. Li stiamo buttando nel digitale senza strumenti. Siamo dei fenomeni a criticare le piattaforme social e i videogiochi senza pensare di imparare a camminare con loro e accompagnarli nella loro crescita. E ancora una volta, tra pochi anni, ci troveremo a mettere cerotti e ad essere costretti a lavorare anche sulle funzioni cognitive, non solo su quelle emotive. Dobbiamo lavorare per renderli emotivamente competenti e digitalmente intelligenti.