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E se le città del futuro fossero progettate da bioalgoritmi?

E se le città del futuro fossero progettate da bioalgoritmi?
I fondatori di ecoLogicStudio hanno addestrato un’intelligenza artificiale per comportarsi come uno speciale tipo di muffa, in grado di pianificare lo sviluppo urbanistico per le metropoli di domani
 
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Se nel Medioevo le città sorgevano spontaneamente, in epoca moderna la loro mappa urbanistica è stata invece pianificata dall’alto. L’esempio classico è quello di Parigi, che nella seconda metà dell’Ottocento venne sottoposta a un colossale piano di modernizzazione di cui fu incaricato il barone Haussmann. “Quello di Parigi è un tipo di pianificazione centralizzato e geometrico. Da un lato, c’era l’obiettivo, legato alla salute urbana, di far circolare di più l’aria e di aumentare la luce; dall’altro, c’era anche la volontà di creare un apparato scenografico”, spiega a Italian Tech Marco Poletto, fondatore assieme a Claudia Pasquero dello studio di architettura e biodesign ecoLogicStudio, attivo a Londra dal 2005.

“Oggi però le esigenze di pianificazione sono molto diverse. Questa forma centralizzata non funziona più e le città devono affrontare nuove sfide, tra cui il rapido cambiamento climatico e l’evoluzione della mobilità, che diventa sempre più pedonale, ciclabile e autonoma”, prosegue Poletto. “Con il nostro lavoro, proviamo a immaginare un nuovo modo di progettare le città dal basso, che non sia basato su una geometria rigida, ma su sistemi di relazione”. Un esempio del loro lavoro, battezzato “GAN-Physarum: la dérive numérique", è esposto fino al prossimo 25 aprile al Centre Pompidou proprio di Parigi, all’interno della mostra Réseaux-Mondes (Mondi di Reti) inaugurata a fine febbraio.

Ed è qui che le cose si fanno davvero interessanti. Per immaginare lo sviluppo delle città del futuro, i due architetti italiani si sono infatti affidati a un algoritmo di intelligenza artificiale addestrato per riprodurre il comportamento di una muffa melmosa unicellulare, il cui nome scientifico è Physarum Polycephalum. Nell’opera è presente un video, in cui un algoritmo di deep learning basato su GAN (generative adversarial network) imita il comportamento della muffa, decifrando e reinterpretando i modelli del tessuto urbano contemporaneo di Parigi. Il video è accompagnato da una “bio-pittura”, in cui un Physarum Polycephalum vivente si muove lungo una rete per cibarsi dei nutrienti, distribuiti sulla tela per riprodurre le risorse biotiche di Parigi. I nutrienti sono infatti stati disposti nei punti di Parigi che rappresentano le aree verdi, i parchi, i fiumi e altri elementi naturali, chiedendo di fatto al Physarum Polycephalum di connetterli tra loro.

“Già da parecchi anni ci occupiamo di biodesign, provando quindi a trasportare modelli di intelligenza e comportamenti biologici all’interno del design”, prosegue Marco Poletto. “Questo e altri nostri progetti nascono dall’idea di guardare un modello biologico, un network adattivo, e immaginare un sistema di pianificazione delle città future tramite il comportamento intelligente di questa muffa, in cui ci sono milioni di nuclei in grado di interagire tra loro per ottimizzare le risorse”. 

L’utilizzo di questa muffa per operazione simili è meno sorprendente di quanto potremmo pensare, e non è neanche una novità assoluta: “A partire da studi compiuti già da tempo,  soprattutto in Giappone e in Inghilterra, gli scienziati informatici hanno studiato gli utilizzi della muffa policefala per sviluppare, per esempio, i sistemi di trasporto delle città”, spiega la cofondatrice Claudia Pasquero. “Nel nostro caso, la muffa sviluppa un network minimale che connette le risorse a disposizione e di conseguenza riorganizza anche gli altri elementi della città. In questo modo, la pianificazione urbana parte dal paesaggio vivo e dai sistemi d’acqua, invece che per esempio dall’abitato”.

Per i non addetti ai lavori, si tratta di un lavoro tanto affascinante quanto spiazzante. Ma è importante sottolineare che non si tratta di una sperimentazione artistica: “È possibile integrare questi algoritmi all’interno di un vero e proprio processo di progettazione”, spiega Poletto. “È un processo tra l’altro in continua evoluzione, in cui cercando i nutrienti la muffa crea le connessioni principali, quelle secondarie e una serie di ulteriori ramificazioni. Col tempo emergono nuove aree e altre vengono abbandonate, in una costante riorganizzazione”.

Tra i vari progetti di design biodigitale di ecoLogicStudio ci sono quelli pensati per Tallin, capitale dell’Estonia, e per Aarhus, in Danimarca. “Ma collaboriamo anche con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, per il quale abbiamo lavorato su una serie di città”, prosegue Claudia Pasquero. “Tra queste c’è anche Città del Guatemala, in cui lo sviluppo informale, degli slum, rappresenta più del 50% della metropoli”.

L’obiettivo, in tutti questi casi, è quello di mettere in discussione i tradizionali concetti di pianificazione urbanistica. E trarre ispirazione dal mondo biologico per sviluppare delle città in grado di affrontare tutte le sfide del futuro.