Il caso

Perché Apple non vuole mettere una porta Usb-C sull'iPhone

L'azienda si oppone alla normativa Ue per la standardizzazione della ricarica dei telefoni. L'alternativa? Uno smartphone completamente privo di porte
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L'Europa vuole regolare i colossi della tecnologia, a partire dai piccoli particolari. Uno di questi è l'inquinamento dei dispositivi elettronici, il cosiddetto e-waste (la spazzatura elettronica), che si può mitigare, sostengono gli esperti della Commissione europea, obbligando i produttori di tutti gli apparecchi elettronici venduti nel Vecchio continente (telefoni e tablet, ma anche accessori come cuffie ricaricabili) a utilizzare un solo connettore, la presa Usb-C. Ma Apple non ci sta. 

L’Unione europea ha presentato un piano e richiesto (come previsto dalla legge) le osservazioni di tutti: Apple non si è lasciata sfuggire l'opportunità e ha presentato una lunga disamina della futura normativa. I punti centrali dei motivi per cui l’azienda ritiene che sia sbagliato utilizzare uno spinotto comune per la ricarica degli apparecchi sono sostanzialmente tre:

  • usare solo la Usb-C impatterebbe negativamente sull’evoluzione degli standard del mercato;

  • costringerebbe le persone a comprare solo prodotti più recenti (e costosi) perché quelli più economici e vecchi verrebbero ritirati dagli scaffali;

  • confonderebbe i clienti. 

Apple ovviamente vuole mantenere il suo connettore proprietario, la presa Lightning, che è comunque utilizzabile con caricabatterie Usb-C: l'azienda sostiene che se la Ue avesse regolato 5 anni fa il mercato, adesso tutti dovrebbero utilizzare tecnologie obsolete come la micro-Usb, che è più lenta e asimmetrica (va orientata al momento dell'inserimento), in qualche modo bloccando l'innovazione nel settore. Non solo: cambiare un sistema di connessione con un altro vorrebbe dire dover riprogettare i telefoni e gli altri apparecchi, aumentando i costi e rischiando di vanificare investimenti e anni di ricerca e sviluppo. 

Che cosa potrebbe accadere: le ipotesi
Al di là delle posizioni di Apple, che legittimamente cerca di tirare l'acqua al suo mulino, ci sono alcune osservazioni che si possono fare: la prima è che se in futuro Apple presentasse telefoni senza alcuna presa fisica, ma dotati solo di ricarica a induzione e mettesse nella confezione il solo MagSafe, sarebbe automaticamente in regola, perché la norma europea parla di standard solo per le connessioni wired, cioè con un cavo inserito nell'apparecchio. Non lo farà a breve, ma i brevetti ci sono (compreso uno recente per un telefono tutto di vetro) e se ne parla da tempo. Per il resto, la metà dei suoi iPad sono già Usb-C, così come i MacBook, mentre gli accessori (orologi, cuffie) si possono già ricaricare per induzione. Sarebbe una mossa a sorpresa che risolve il problema, almeno per Cupertino. Ma chissà se accadrà.

Invece, il tema della regolamentazione e di come Apple si conforma è più ampio: da un lato, l’azienda ha intensificato le attività di comunicazione per indicare che sta vendendo prodotti sicuri, amati dai clienti e dagli sviluppatori e tecnologicamente adatti. Ma sta in realtà facendo retromarcia in molto settori dove sembrava non avrebbe mai ceduto: dalla possibilità di riparare a casa gli apparecchi al cambio delle commissioni sull'App Store, alla possibilità di permettere pagamenti da altri canali all'interno delle app. Insomma, mentre Apple fa grandi parate comunicative per spiegare che si muove in maniera autonoma, in realtà in molti settori chiave ha accettato le richieste e sostanzialmente si è adeguata.

Infine, l'Unione europea: come riportato dal Financial Times, la Commissione sta accelerando sulle normative che hanno l'obiettivo di imbrigliare i colossi dell’hi-tech, ridurne il potere economico e le asimmetrie di mercato. Dalla fine dello scorso anno sono pronti il Digital Markets Act e il Digital Services Act, che contengono gli strumenti legali per aumentare la concorrenza e ridurre, di conseguenza, il potere di queste multinazionali. La loro attuazione però è rallentata nella palude di Bruxelles, con varie controversie tra le quali il meccanismo per identificare i veri big (la paura è che una soglia troppo bassa o mal disegnata possa colpire aziende di dimensioni ridotte o comunque che non hanno una storia di monopolio del mercato) o il timore che l'innovazione regolata per legge si areni. Le aziende hi-tech cercano di opporsi, ma il piano c'è.

Invece, chi a Bruxelles porta avanti un’idea di estensione dell'ambito di applicazione delle normative di tutela dei consumatori vuole estendere il calderone normativo a tutti, oltre che ai produttori hardware e software tradizionali, anche ai social, ai servizi di streaming, ai servizi cloud, dalla pubblicità alle piattaforme di pagamento online. Tutto prima che l’attuale responsabile della Concorrenza e della politica digitale dell’Ue, Margrethe Vestager, lasci il suo incarico. Cioè fra 3 anni.

Sarà determinante il ruolo della Francia, che nel 2022 sarà presidente di turno dell'Ue, ma che ha anche elezioni interne e che potrebbe quindi cambiare il suo attuale indirizzo, molto restrittivo per i big della tecnologia. In tutto questo la normativa per i caricabatterie, che potrebbe sembrare secondaria, ma che ha invece ricadute molto grandi dal punto di vista economico e industriale soprattutto per Apple, rischia di diventare uno scontro che la Commissione vorrà vincere a tutti i costi. Per segnare un punto e mostrare che sta facendo sul serio.

La risposta di Cupertino, dopo questa fase interlocutoria, potrebbe essere di accettare la nuova normativa (e mettere la Usb-C ai telefoni e agli altri prodotti) oppure fare un proverbiale passo di lato e passare alla ricarica solo wireless.