Expo Dubai

Emirati Arabi e Israele uniti nella cooperazione per la sicurezza informatica

Intervista esclusiva a Yigal Unna, a capo del Direttorato Informatico nazionale di Israele: “Vogliamo estendere questa collaborazione anche ad altri Paesi del mondo, Italia compresa”
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All’Expo di Dubai, nel Padiglione Israele, è avvenuta una simulazione a porte chiuse senza precedenti per la sicurezza informatica: è stato simulato un attacco informatico internazionale a danno dell’aviazione civile che ha visto Stati Uniti, Germania, Grecia, Marocco, Barhain, Emirati Arabi e Israele uniti nel reagire per testare le capacità di squadra delle aviazioni civili e dell’intelligence di ogni Paese coinvolto.

Negli ultimi 10 anni si sono verificati vari tentativi di attacchi a danno dell’aviazione civile nel mondo, ognuno più o meno evoluto, pertanto il coordinamento internazionale è indispensabile a prevenire e contrastare attacchi futuri. L’aviazione negli anni è diventata sempre più digitale e molte informazioni viaggiano online, ciò ha reso possibili un maggior numero di attacchi da parte degli hacker terroristi.

I protagonisti assoluti della giornata di simulazione sono stati i neo alleati Emirati Arabi e Israele con le rispettive presenze di Yigal Unna, a capo del Direttorato Informatico nazionale di Israele (Incd) e Mohamed al Kuwaiti, capo della Sicurezza informatica del governo degli Emirati Arabi Uniti. I due Paesi sembrano in ottime mani in quanto a sicurezza e, dato che la conoscenza è potere, lo scambio di informazioni sarà di sicuro beneficio per entrambi e garantirà una maggiore sicurezza nella regione. Quella che segue è la nostra intervista esclusiva a Unna.

È la prima volta che Israele ed Emirati Arabi organizzano una simulazione contro il terrorismo, ne seguiranno altre?
“Questa simulazione è una combinazione di scambio di informazioni e uso congiunto delle informazioni. Sebbene sia la prima volta, abbiamo già raggiunto ottimi livelli nell’impegno reciproco tra le nostre agenzie, dopo appena 3 mesi della nostra presenza sul territorio degli Emirati. Ho seguito le fasi di questa collaborazione dall’inizio, dalla firma degli Accordi di Abramo, e non c’è mai troppa velocità nel nostro settore, la velocità non è mai abbastanza. Entrambe le nostre agenzie sono affamate di questa collaborazione, sono motivate a collaborare con le menti informatiche di entrambi i Paesi. Pertanto, abbiamo appena cominciato”.

Quali sono i piani di collaborazione tra Israele ed Emirati in questo settore? Prevedete di estenderli anche ad altri Paesi?
“Stiamo lavorando a un format per questa collaborazione, per avere degli standard di riferimento e applicarli alla collaborazione delle varie agenzie, non solo nella sicurezza informatica, ma anche in altri settori chiave. Stiamo operando molto bene e prevediamo di estendere questa collaborazione anche ad altri partner tra cui l’Italia, entro la fine dell’anno. Sarò a Bari alla fine di novembre per un convegno, e quella potrebbe essere l’occasione. Nessun Paese può sperare di avere successo contro gli hacker da solo. Bisogna tendere necessariamente alle partnership e allo scambio e gestione delle informazioni per sconfiggere gli attacchi criminali. La velocità nell’acquisizione e nell’invio delle informazioni è la chiave per il successo. Con il Marocco abbiamo già firmato un accordo lo scorso luglio, con gli auspici del re. Cerchiamo sempre nuove collaborazioni, ogni amico di Israele è un partner potenziale”.

Nell’ambito del ruolo che ricopre, quali sono gli obiettivi che condivide con il collega degli Emirati e quelli che invece le sono peculiari?
“Quando si parla di spazio informatico non ci sono limitazioni geografiche, ben presto ci si rende conto che la sicurezza di un Paese è la sicurezza di ogni altro. Non ci possono essere obiettivi diversi da Paese a Paese perché le persone visitano tutte la stessa Internet, comprano sulla stessa Internet, si scambiano informazioni sulla stessa Internet e attingono dalla stessa Internet. Il mondo è diventato sempre più vicino per tutti da quando esiste la Rete, come in questo Expo, dove tutto il mondo è riunito in un solo luogo. Il compito delle agenzie è di tutelare i cittadini e garantire la loro sicurezza”.

Chi usa le Vpn per commettere crimini informatici, producendo un indirizzo Ip diverso da quello del Paese in cui risiede, è rintracciabile dalle investigazioni standard di polizia?
“L’uso delle Vpn consente di camuffare il proprio indirizzo di provenienza informatico, dunque ci si può trovare in un luogo facendo risultare la connessione in un altro. Le investigazioni standard non consentono di verificare un simile impiego, ci vorrebbe un crimine di portata nazionale per attivare l’interesse di un determinato governo e giustificare la spesa di risorse economiche e di tecnologia. Ma c’è una falla nel sistema: impostando un Paese specifico, per fare credere per esempio che ci sia qualcun altro dietro il crimine, c’è uno scarto che posiziona l’indirizzo Ip presso qualsiasi città di quel Paese e non in una in particolare”.