Strategie

Che cosa significa Meta per il futuro di crypto ed Nft

(reuters)
L’industria blockchain ha già indicato la strada per il futuro nel metaverso
4 minuti di lettura

Con l’annuncio del cambio nome di Facebook (azienda) in Meta, la corsa al metaverso è iniziata. Come ha annunciato anche Zuckerberg nella nota condivisa a margine della presentazione di Meta, ci saranno anche degli sforzi per includere criptovalute e NFT nel metaverso. Le affermazioni nella nota sono molto vaghe, perché in realtà molto vaga è anche l’idea alla base del metaverso: sì, tutti sanno ormai che è quella dimensione virtuale in cui viene replicata la realtà fisica. È molto più di una semplice realtà virtuale, perché è un luogo virtuale in cui quello che non è possibile nella realtà fisica, è invece possibile.

Meta assumerà 10mila persone in Europa per coordinare il progresso del suo metaverso. Ma già il primo punto che non è chiaro parte proprio dall’aggettivo usato: il metaverso non è suo, di Meta. Per definizione, il metaverso è un universo al di fuori di tutto, un “enorme sistema operativo [...] all’interno del quale persone fisiche possono muoversi, condividere e interagire attraverso avatar personalizzati.”, per parafrasare la definizione della Treccani, che a sua volta cita Neal Stephenson nel romanzo cyberpunk Snow crash del 1992.

Un sistema operativo che funzioni per tutti, che sia interoperabile e che abbia una sua economia, dei suoi meccanismi fondamentalmente differenti da quelli usati nella realtà. Il metaverso, a onor del vero, esiste già: è l’industria blockchain, che sta crescendo non a silos, ma come ecosistema. La finanza tradizionale sta alla realtà, come la blockchain (intesa come finanza decentralizzata) sta al metaverso.

Meta si pone l’obiettivo di costruire un metaverso, e ci sono buone probabilità che lo faccia con lo stesso metodo di sviluppo di Facebook, e poi di integrazione di Instagram e Whatsapp: piattaforme che si espandono sempre più per annullare gli sforzi della concorrenza (chi ricorda le Stories di Snapchat, poi copiate da Facebook prima in Instagram, poi in tutti i prodotti dell’azienda?). L’industria blockchain non è così. Prima di tutto perché sempre di più non è identificabile solamente con Bitcoin, e nemmeno più con Ethereum. Le cosiddette “blockchain di terza generazione” (ovvero le blockchain nate dopo il 2017 con gli errori imparati su Ethereum, nata a sua volta nel 2015) fanno ogni giorno passi avanti nel rendere più realistico un futuro basato su più piattaforme decentralizzate, specializzate per usi, e realistico.

Oggi la dominanza di Bitcoin ed Ethereum (ovvero il peso della capitalizzazione delle due monete sulla capitalizzazione totale di tutte le criptovalute) combinata non supera il 63%, e si sta assottigliando sempre di più. La quarta moneta più grande è Solana, una blockchain con capacità molto elevata, e altre blockchain e piattaforme come Polkadot e Avalanche recuperano ogni giorno terreno. Tutta questa crescita è possibile solo perché gli utenti possono muoversi liberamente tra le varie piattaforme. Delle particolari applicazioni eseguite su una coppia di blockchain, i bridge (ponti), permettono il trasferimento di asset da un sistema all’altro in tempi più o meno rapidi (qualche ora nel caso peggiore, alcuni minuti nel caso migliore). E nell’ambiente non c’è la pretesa di voler creare un progetto, che sia una blockchain o una semplice applicazione decentralizzata, che accumuli tutta la ricchezza in un unico punto. Il valore stesso delle tecnologie decentralizzate è proprio quello di decentralizzare la ricchezza, e quindi ecco che c’è una proliferazione di progetti, anche molto simili tra loro, che mirano a ingrandire la torta, e non solo a cannibalizzare altri progetti.

Il Bridge ufficiale Ethereum - Avalanche

Questo è un punto cardine: il vero metaverso può funzionare solo se esistono dei bridge che permettono agli utenti di trasferire valore e informazioni tra più universi. L’universo di Facebook può, per esempio, collaborare con quello di Microsoft: fare una videoconferenza su Teams in realtà virtuale con i propri avatar di Meta Horizon. La parola chiave è interoperabilità.

Nell’industria blockchain questo concetto è intrinseco perché tutti i progressi avvengono come evoluzioni o variazioni di standard esistenti. Per esempio: è possibile trasferire un Ether (ETH o WETH) da Ethereum ad Avalanche perché entrambe le blockchain riconoscono WETH come un token che eredita lo standard ERC-20, lo standard con cui sono sviluppati il 99% dei token esistenti su qualsiasi piattaforma. Uno standard è una serie di istruzioni e linee guida che indicano come sviluppare un certo asset. Lo standard ERC-20 funziona, e quindi sì, ogni blockchain implementa alcune caratteristiche aggiuntive, ma la base è condivisa tra e riconosciuta da tutte. Come utente, è possibile comprare un WETH su Uniswap, exchange decentralizzato, poi trasferirlo con un bridge su Avalanche, poi scambiare quel WETH con un altro token, per esempio WBTC (una versione di bitcoin), e trasferire quel WBTC su un’altra blockchain ancora, per esempio Polkadot, o ancora Solana o Fantom.

Ed è quello che succede realmente: decine di milioni di dollari sono scambiati ogni giorno tra tutte le blockchain, perché gli utenti usano ogni blockchain con uno scopo ben specifico: c’è chi va sulla blockchain Ronin, una sidechain (estensione) di Ethereum, per giocare solamente con il gioco del momento, Axie Infinity. Poi, tramite alcuni bridge, si spostano su NEAR o Enjin, blockchain specializzate nel supporto di NFT. Il valore non rimane mai fermo in un solo posto, e mai per troppo tempo. Decine di piattaforme di NFT e di GameFi (un nuovo termine coniato per indicare quelle applicazioni che usano logiche DeFi per alimentare giochi free-to-play) hanno annunciato piani di espansione, round di finanziamento e attività massive per finanziare i creatori. Su tutti, The Sandbox, che ha da poco annunciato di aver ricevuto un investimento di 93 milioni di dollari dal SoftBank Vision Fund 2, il più grande fondo a tema tecnologico al mondo.

Ma non solo: Index Coop, una piattaforma che costruisce e traccia indici di mercato, ha lanciato poco più di 6 mesi fa il Metaverse Index, principalmente trainato dalla grande popolarità di Axie Infinity. L’indice ha guadagnato il 96,42% nell’ultimo mese: il 77,78% solo dal 28 ottobre, giorno in cui Facebook ha cambiato nome in Meta. E uno sguardo alla lista di token collegati a giochi Play-to-Earn, al DeFi e a gli NFT su Coinmarketcap da un simile risultato: Axie Infinity continua a guidare il mercato, ma tutto il resto ha subito una grande spinta per lo stesso motivo.

Chi ha conosciuto e lavora nell’industria blockchain sa che la missione di Facebook, ora Meta, passa per la decentralizzazione. Per l'interoperabilità. Per la possibilità di usare un NFT in un universo, e poi usarlo anche in un altro universo senza dover modificare nulla, ma cambiando soltanto l’applicazione. È uno sforzo che un intero movimento, un intero settore sta facendo da alcuni anni, e che ora che Facebook entra in gioco, può diventare una sfida più facile, o con più ostacoli. Su un aspetto, però, non c’è dubbio: stanno tutti andando nella stessa direzione, ora.