Il report

Meno Facebook, più TikTok e YouTube: così è cambiato il nostro modo di leggere le news

(reuters)
Secondo il Digital News Report 2021 di Reuters, condotto in 46 Paesi, con la pandemia è cresciuta la spinta a cercare notizie affidabili. In posti dove prima non le cercava (quasi) nessuno
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In Italia, così come anche nel resto del mondo, la pandemia ha aumentato il desiderio di notizie attendibili e anche spinto le persone a cercarle da fonti prima impensabili, come TikTok, Instagram e YouTube.

Secondo il Digital News Report 2021 di Reuters (è questo), arrivato alla decima edizione condotto in 46 Paesi, la fiducia dei lettori nelle notizie è cresciuta in media del 6% ed è arrivata al 44%, un'importante inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni: "La ricerca di quest'anno ha rilevato che alcune testate hanno beneficiato dal desiderio di informazioni affidabili sulla pandemia, sia in termini di maggiore fiducia sia di copertura - ha spiegato Rasmus Nielsen, direttore del Reuters Institute for the Study of Journalism - Anche se gli effetti non sono uniformi per tutti e potrebbero non durare alla fine della crisi, sono positivi per gli editori".

Che cosa sta succedendo in Italia
Nel nostro Paese i lettori dipendono sempre più dagli smartphone per le news (68%), mentre continua a diminuire la fruizione di notizie cartacee (solo il 18% dice di usarle settimanalmente, contro il 59% nel 2013) e resta altissima la fruizione di notizie online (76%) e attraverso la televisione (75%). Solo il 13% degli italiani, però, paga per leggere le notizie online: il paywall è una incognita mondiale nel settore dell'editoria e secondo il Report di Reuters, nell'ultimo anno, in 20 Paesi dove gli editori hanno spinto sugli abbonamenti digitali, solo il 17% dei consumatori ha detto di avere pagato per le notizie online (è comunque un aumento di 2 punti sul 2020 e di 5 sul 2016), la stragrande maggioranza continua a resistere al pagamento di qualsiasi notizia online.

Il maggior successo del paywall si registra in un piccolo numero di Paesi dove storicamente le persone si sono abituate ad abbonarsi ai giornali cartacei, come Norvegia (45%, +3), Svezia (30%, +3), Svizzera (17%, +4) e Paesi Bassi (17%, +3): circa un quinto dei lettori (precisamente, il 21%) paga per almeno una testata giornalistica online negli Stati Uniti, il 20% in Finlandia e il 13% in Australia; al contrario, solo il 9% dichiara di pagare in Germania e l'8% nel Regno Unito.

tiktok: un esempio di una notizia (questa) raccontata in 1 minuto

Dove leggiamo quello che leggiamo
Per quanto riguarda la fruizione delle notizie, a livello mondiale circa i due terzi delle persone (il 66%) dichiara di utilizzare uno o più social network o app di messaggistica, soprattutto le persone di età compresa fra i 18 e i 24 anni: Facebook è diventato significativamente "meno rilevante" nell'ultimo anno, mentre YouTube, WhatsApp, Instagram, TikTok e Telegram hanno continuato ad attrarre più persone interessate alle news; nello specifico, l'uso di WhatsApp (52%) è triplicato dal 2014, Instagram è cresciuto di 5 volte e sembra si stia stabilizzando, mentre TikTok e Telegram continuano a crescere rapidamente. Battuta d'arresto per i podcast (rimasti al 31%, come lo scorso anno), che vengono usati soprattutto quando ci si sposta, cosa che ovviamente con la pandemia abbiamo fatto di meno; questo nonostante l'investimento massiccio di diversi big della tecnologia nel settore, come Apple, Google e ovviamente Spotify.

Quando si parla di canali che diffondono disinformazione sul coronavirus, le persone mostrano più preoccupazione per Facebook (28%), seguito da siti e app di notizie (17%), WhatsApp e altre app di messaggistica (15%), motori di ricerca (7%), Twitter (6%) e YouTube (6%) e sembrano paradossalmente più tranquilli su un'app come TikTok, nata per fare tutt'altro.

Infine, il Report di Reuters ha evidenziato che in molti casi i giovani (e soprattutto le giovani donne), gli attivisti politici (negli Usa il 75% di chi si identifica a destra) e alcune etnie (come afroamericani e ispanici) ritengono che la copertura mediatica sia meno equa nei loro confronti rispetto ad altri gruppi.