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Calcio, Gianni Vio, il mago delle punizioni: «Così il ct Mancini mi ha voluto con lui»

La folgorante carriera del tecnico Gianni Vio: «Realizzato un sogno, metto le truppe in campo secondo le esigenze» 

VENEZIA. Chiamatelo mago delle punizioni o stratega dei calci piazzati: fatto sta che Gianni Vio, dopo una lunga carriera e importanti collaborazioni, è sbarcato anche in Nazionale, voluto direttamente dal ct Roberto Mancini. Cresciuto a Venezia, a San Cassiano, dopo aver giocato in maglia neroverde si è diviso tra impiego in banca e panchina, scoprendo poi questa sua vocazione tecnica che lo ha portato in giro per il mondo a insegnare. 
 
Come è arrivata la chiamata in azzurro? 
 
«Sono stato contattato direttamente da Mancini. Ci siamo trovati a Bologna, abbiamo parlato e ci si è stretti la mano. Ho iniziato nel settembre scorso. Non lo conoscevo di persona, ma è davvero un grande professionista». 
 
Cosa significa per lei arrivare in Nazionale? 
 
«È il massimo, sicuramente una sorpresa, e questo interessamento mi ha fatto molto piacere. Prima di arrivare all’Italia non vivi quell’orgoglio che provi quando ci sei davvero. Spiegare quelle sensazioni è impossibile, sono molto intime. Il vestire la tuta, vivere l’ambiente. Insomma, Coverciano lo conoscevo bene, ma condividere il tutto assieme a Mancini, Vialli, Oriali, Lombardo, Salsano, Evani e tutti i giocatori, sinceramente è una cosa speciale. Vivi una esperienza differente».
 
 
È arrivato oltretutto in un momento molto particolare.
 
«È vero. Avremo le finali di Nations League, il campionato europeo e poi ci sono le qualificazioni al Mondiale in Qatar. Cosa volere di più? È un sogno che si realizza».
 
Come si svolge il suo lavoro con lo staff tecnico azzurro?
 
«C’è molta attenzione da parte di Mancini, e la collaborazione di tutto lo staff è massima. Ognuno ha i suoi compiti e si lavora davvero bene. Tutta l’impostazione è molto positiva, come del resto l’ambiente che si vive ogni giorno».
 
I risultati staranno dando grande entusiasmo?
 
«“Direi più la consapevolezza che stiamo facendo una cosa importante. Un percorso che stiamo portando avanti, una idea di calcio positiva, l’orgoglio di esprimere qualcosa con la Nazionale. Aver scalato le classifiche del ranking, proporre un gioco sempre propositivo, cercare qualità e di giocare. Sono le cose più belle. Sono stati lanciati tanti giovani, e lì si vede la statura di un allenatore di livello internazionale. Mancini ha vinto ovunque, quindi i risultati non arrivano certo a caso».
 
 
Manca però il pubblico.
 
« È bello pensare che lo riavremo agli Europei, almeno in parte. Spero che la campagna vaccinale riesca ad accelerare i tempi, e a riportare le persone a vivere più normalmente in tutti gli ambiti quotidiani».
 
Di cosa si occupa nei raduni?
 
«Di proporre idee e allenamenti specifici per il gioco da palla inattiva. Non guardo al gesto tecnico, ma più alla parte strategica del contesto. Nel calcio attuale, dove c’è un livellamento verso l’alto di preparazione atletica e tattica, il 32,5 per cento dei gol nascono così. Perciò credo che questo aspetto possa fare ancora la differenza. Così lavoro per mettere le truppe in campo a seconda delle esigenze, e li alleno in modo diverso per imporsi. Si lavora su chi calcia e su chi deve ricevere la palla in area, sui movimenti e sulle alternative per sorprendere gli avversari. Quindi non solo sul tiro diretto verso la porta».
 
Segreti?
 
«Dico solo che bisogna analizzare i giocatori che si hanno e trovare soluzioni per le loro qualità».
 
Chi sono i migliori interpreti che ha avuto?
 
«Ne ho avuti tanti. Potrei fare qualche esempio nelle ultime stagioni: alla Fiorentina Borja Valero, Rodriguez e Pasqual si sono calati subito in questa realtà, e più recentemente alla Spal i vari Felipe, Vicari e Bonifazi con i quali abbiamo fatto parecchi gol e ci siamo salvati. Ci sono giocatori che hanno letture particolari. A livello assoluto penso a Ramos del Real Madrid. Ovunque calci la palla lui arriva. Il timing è la cosa più importante per chi deve completare l’azione da palla inattiva».
 
Qual è il grande vantaggio che dà la palla inattiva?
 
«Che possiamo decidere quanti giocatori portare in area e la zona da attaccare. È proprio come una partita a scacchi, la prima mossa segue la logica dei giochi sequenziali. E costringo l’avversario a fare scelte obbligate» .
Meglio la panchina o questo ruolo?
 
«Ho allenato per 27 anni tra i dilettanti, e da 14 faccio questo. Sono due cose totalmente diverse, ma sono sempre in contatto con molti miei ex giocatori che ora allenano, alcuni divenuti miei discepoli sulle palle inattive».
 
Cos’è cambiato per la pandemia il suo settore?
 
«È stato un anno difficilissimo, allenare è diverso, stai attento a molte cose che sicuramente sono un ostacolo al normale svolgimento. Ma soprattutto ci manca il pubblico quando si va a giocare. Pesa tanto, l’atmosfera negli stadi è irreale e strana».
 
E questo Venezia ai vertici della Serie B come lo vede?
 
«Sta facendo una stagione eccezionale, spero bene per la squadra. Da piccolo tifavo Venezia, ho avuto la fortuna di giocarci fino alle soglie della prima squadra». —

 

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