Basket A1 femminile. Parquet e moda: è la vita secondo Temi Fagbenle, ala dell'Umana

La nuova ala di Venezia tra gli 11 fratelli, il padre giornalista, le radice nigeriane e il lifestyle britannico 

VENEZIA. Parquet e passerelle, palloni da basket, canestri, macchine da presa e riflettori: alla scoperta del mondo di Temi Fagbenle. Un personaggio, il nuovo centro dell’Umana Venezia, nata negli Stati Uniti, ma in tasca passaporto inglese e nigeriano. Un papà giornalista, una famiglia numerosa, il sogno di vincere sul parquet, ma anche di imporsi un giorno sulle passerelle con qualche fratello che si è già fatto strada nel mondo cinematografico.

Come giudichi l’arrivo all’Umana Venezia?


«Sono entusiasta di giocare in Italia, non vedo l’ora di iniziare. L’Italia è un Paese bellissimo e gli italiani sono un popolo di grande cultura e tradizioni, ci sono paesaggi meravigliosi e il tempo è migliore rispetto ad altre Nazioni. Ho voglia di immergermi in questa nuova avventura».

Famiglia numerosa?

«Molto direi. Siamo in 12 in tutto, ho 9 fratelli e 2 sorelle, è una meravigliosa baraonda. Non cambierei la mia famiglia con nessun’altra, siamo sempre stati legati e continuiamo ad esserlo. Diventare grandi in maniera differente è stata per noi una sfida, l’amore che ci lega è sempre stato molto forte e ci aiuterà a superare qualsiasi ostacolo. I nostri caratteri sono diversi con lo stesso padre e sei madri diverse».

Nata negli Stati Uniti, a Baltimora, dove era inviato il papà?

«Sì, è stato un importante giornalista del Sunday Punch, uno dei principali quotidiani nigeriani. Ha avuto una lunga e diversificata carriera, ha 70 anni, la sua vita è stata molto interessante, fruttuosa e di successo. Adesso è in pensione, ma continua a sviluppare progetti, si sta anche godendo figli e nipoti».

Le radici sono nigeriane?

«Sicuro. La mia famiglia è nigeriana, mi identifico come una donna africana. La cultura del nostro Pese è ben radicata nella nostra famiglia, sono cresciuta con cibo e musica nigeriani. Una delle principali caratteristiche della nostra cultura è il rispetto, per se stessi e nei confronti degli altri, ma sono molto importanti anche l’apprendimento, lo studio e lavorare duro».

Da Baltimora a Londra, tanto da giocare con la nazionale della Gran Bretagna?

«È una parte importante della mi vita. Ci sono arrivata da piccina e ci sono rimasta fino a 15 anni, quando mi sono trasferita negli Stati Uniti. Sono felice di avere questa connessione con il lifestyle britannico, è la mia seconda casa e Londra la città in cui mi identifico. Gli inglesi sono persone molto educate nei rapporti personali, amo l’humor britannico. Un po’ meno il tempo, sono molto contenta di venire in Italia anche per questo».

L’arrivo negli Stati Uniti a 15 anni è stato complicato?

«Sì, è stata un’esperienza diversa, quasi un shock dal punto di vista culturale. In Inghilterra le persone per strada non sono espansive, negli Stati Uniti tutti si salutano, anche senza conoscersi. Per me era strano all’inizio, non mi veniva naturale, poi mi sono abituata. È un Paese interessante sul piano socio-economico ed è molto diverso a seconda del grado sociale delle persone che incontri. Ha una storia profonda riguardo alla schiavitù, credo che tanti problemi attuali livello razziale derivino ancora da quella piaga».

Con tanti fratelli inseriti nel mondo di Hollywood, non hai pensato di entrare in quell’universo?

«Sì, ho pensato di fare l’attrice o la modella. Nel mio piccolo ho partecipato ad alcuni cortometraggi e ho fatto qualche shooting fotografico perché mi piaceva. Volevo dimostrare a me stessa che non ho un unico look, che ho il potenziale per fare anche altro nella vita. In questo periodo di stop forzato ho colto varie opportunità, soprattutto come modella, adesso ho più confidenza davanti all’obiettivo. Magari in Italia, che è il Paese della moda, potrò sviluppare ulteriormente questa passione».

Durante il college sei stata fermata per un anno?

«L’Ncaa pensava volessi ingannare il sistema passando dall’high school inglese a quella americana, pensavano avessi un livello scolastico inferiore rispetto a quanto dichiaravo. Fu una storia con molti malintesi, tanto che persi un anno quando ero ad Harvard, e alla fine mi hanno dato ragione. Mi sono trasferita a Southern California per seguire un master in Strategic and Public Relations, in cui mi sono laureata».

Nonostante l’anno di inattività nel 2012 arriva la chiamata per le Olimpiadi di Londra?

«È stata un’esperienza fantastica, a 19 anni, mi ha aiutato ad aprire la mente. Ero molto magra e piccola, ho giocato contro avversarie molto più grosse di me, ricordo che ero un po’ impaurita. Adesso gioco con ragazze che hanno la stessa età che avevo alle Olimpiadi e mi rendo conto perché ero così impaurita. Ho ricordi bellissimi del Villaggio Olimpico, ho conosciuto tantissimi atleti di sport diversi, passavi dai lottatori di sumo, grossissimi, ai ginnasti che sono leggerissimi. Eravamo tutti lì per l’Olimpiade, famosi e meno famosi».

Quale è stato il rapporto con Zandalasini e l‘ex orogranata Karima Christmas alle Minnesota Lynx?

«Ho conosciuto prima “Ceci”, insieme abbiamo vinto il titolo Wnba nel 2017: è fantastica, umile, onesta, genuina. Siamo anche state compagne di stanza, è anche una grande giocatrice. Mi sono messa a ridere quando ho saputo che in italiano i ceci sono i legumi. Con Karima ho giocato solo nella passata stagione, ho amato la sua energia, parla con tutti nonostante sia una veterana, è una leader in campo. Magari un giorno ritornerò a giocare con loro perché non ho ancora terminato con la Wnba, dove ho potuto conoscere tante persone e sviluppare nuovi rapporti». —

Michele Contessa
 

Tartellette di frolla ai ceci con kiwi, avocado e yogurt

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi