Galtarossa verso la settima Olimpiade «Rimpiango ancora l’epilogo di Londra»

Per il campione di canottaggio un ruolo da commentatore o osservatore «Almeno 4 gli equipaggi che a Tokyo possono andare a medaglia» 



Quella di Tokyo, l’anno prossimo, potrebbe essere la sua settima Olimpiade. Non da canottiere protagonista in acqua, né da riserva (ruolo cucitogli assai male addosso a Londra 2012), ma molto probabilmente da osservatore o commentatore tecnico. Anche se lui si guarda bene dal rivelarlo, pur lasciando trasparire un mezzo sorriso che dice già molto. Se ci andrà, batterà un altro record, perché Rossano Galtarossa, 47 anni, ha il primato di partecipazioni azzurre ai Giochi – sei, compresa quella triste in Inghilterra – ed è tra i pochi atleti italiani di sempre ad essere riuscito a salire sul podio in quattro edizioni, conquistando una medaglia d’oro, una d’argento e due di bronzo.


Due metri di altezza, oggi è il direttore degli impianti della Canottieri Padova, ed è felicemente sposato con Elisa e papà di Adele, 10 anni compiuti giovedì. Il suo palmares è strabiliante: 166 ori, 59 argenti e 26 bronzi. Insomma, un campione con la “C” maiuscola.

Galtarossa, andiamo subito al dunque. Come sta il canottaggio italiano a meno di 9 mesi dall’appuntamento con le gare olimpiche in Giappone?

«Considerando il Mondiale di Linz, che si è concluso all’inizio di settembre e che serviva da qualificazione olimpica, direi che stiamo bene. Molte le qualificazioni ottenute in ambito maschile ma soprattutto – e questo è un dato storico – quattro a livello femminile. È un segnale che la rotta seguita dalla Federazione per cercare di ridurre un po’ di gap nelle quote rosa sta dando i suoi frutti. Se mi chiede un pronostico, le rispondo che obiettivamente ci sono almeno quattro equipaggi che a Tokyo possono andare a medaglia. Dopo, che ci riescano è un altro paio di maniche».

Prova nostalgia?

«Sì, per il fatto di non poter essere più protagonista. Ho vissuto molti anni per obiettivi importanti e per mettermi alla prova con me stesso, al fine di vedere se riuscivo a portare a termine un percorso bello e stimolante, eppure allo stesso tempo assai difficile, e la cosa mi ha spinto a dare fondo a tutte le energie fisiche, e soprattutto mentali. A un certo punto l’anagrafe diventa un avversario che prende la supremazia. E ti spinge a chiudere una parentesi che è stata molto lunga, perché sei Olimpiadi contemplano un arco di impegno ampio nel tempo».

Da piccolo, voleva proprio fare il canottiere e avrebbe mai pensato di arrivare a tanto nella sua carriera?

«No, affatto. Tra l’altro, l’approccio al canottaggio è avvenuto in modo del tutto casuale, perché giocavo a pallacanestro, nel Roncaglia. Il canottaggio doveva servire solo da integrazione al mio impegno nel basket, una sorta di preparazione atletica fatta con un’altra disciplina. Poi, pian piano, è sbocciato l’amore, che mi ha spinto a lasciare la palla per abbracciare i remi».

Ripensando a ciò che poteva essere, e non è stato, crede di aver ottenuto davvero il massimo?

«Mi brucia ancora moltissimo l’epilogo di Londra, perché non ho potuto gareggiare da titolare per la scelta, che giudico scellerata, di un Ct che forse viveva d’invidia e basta. Lì mi ha dato fastidio il fatto che una terza persona mi abbia impedito di vedere dove sarebbe potuto arrivare il lavoro svolto con massima dedizione e attenzione. Un’altra delusione, ma diversa, è stata quella di Atalanta 1996, quarti con una medaglia di legno amara. Lì abbiamo fatto esperienza, perché le tre medaglie nelle tre edizioni successive dei Giochi sono state frutto anche degli errori compiuti in Australia, a cui si è rimediato. Sono sicuro, invece, di aver lavorato bene per Londra, perché avevo un insieme di valori metabolici e di dati di laboratorio che indicavano un livello di performance eccellente, meglio addirittura di Pechino 2008, dove giunsi secondo».

Nessuno, comunque, ha fatto di meglio: sei volte ai Giochi...

«Vero, ed è motivo di orgoglio. Mi spiace che questo aspetto alle volte sia trascurato a livello di Federazione...».

Eppure lei in Federazione c’è stato. Poi che è successo?

«Ho voluto provare a fare un quadriennio (2013-16, ndr) come consigliere nazionale, esperienza interessante, mi rammarica però che questi incarichi comportino la necessità di disporre di parecchio tempo, e quando hai un lavoro non puoi ricoprire un ruolo così importante al meglio. Poi, per necessità famigliari e di lavoro, appunto, non ho più potuto garantire la disponibilità e allora ho accettato l’invito di Gianfranco Bardelle a entrare nella giunta regionale del Coni. Seguo il mondo della scuola e trovo che bisogna lavorare molto sulla cultura sportiva, e non solo tra i giovani».

E la famiglia, che peso ha nella sua vita?

«Con mia moglie Elisa nella primavera scorsa abbiamo festeggiato i 20 anni di matrimonio. Siamo orgogliosi entrambi di questo risultato. Insieme abbiamo sempre cercato il giusto compromesso fra le nostre esigenze, e adesso c’è un impegno diverso, far crescere nostra figlia».

Già, Adele. A chi assomiglia di più come carattere?

«È tosta. Ha gli occhi azzurri come la mamma, ma caratterialmente è simile a me».

Chissà, un giorno forse Adele imiterà papà anche con i remi.

Rossano strizza l’occhio e ride, ma non si sbilancia. Troppo presto per discorsi così impegnativi. —



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