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Top Trivengas, il “Dall’Ara” applaude

Calcio dilettanti. Premiati nello stadio del Bologna i protagonisti delle squadre del Veneziano: pioggia... ed emozione

BOLOGNA. I cancelli dello stadio “Dall’Ara” si aprono per fare entrare autobus e pullmino, come succede la domenica quando giocano le squadre di Serie A. Stavolta, però, niente partite ma la consegna dei premi per chi il calcio lo vive, lo gioca, lo dirige, seppur a livello amatoriale, e chi lo racconta. Dentro a quei due mezzi che raggiungono via Andrea Costa un’ottantina di persone arrivate dal Veneziano per l’edizione numero 29 del premio Top Trivengas, “Memorial Aldo ed Ennio Frasson”. ...

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BOLOGNA. I cancelli dello stadio “Dall’Ara” si aprono per fare entrare autobus e pullmino, come succede la domenica quando giocano le squadre di Serie A. Stavolta, però, niente partite ma la consegna dei premi per chi il calcio lo vive, lo gioca, lo dirige, seppur a livello amatoriale, e chi lo racconta. Dentro a quei due mezzi che raggiungono via Andrea Costa un’ottantina di persone arrivate dal Veneziano per l’edizione numero 29 del premio Top Trivengas, “Memorial Aldo ed Ennio Frasson”. Organizzato dallo Spinea 1966 per valorizzare, segnalare atleti, e non solo, che con il loro lavoro quotidiano hanno dato, e danno ancora, lustro ed esempio al calcio minore. Per la terza volta gli organizzatori hanno scelto uno stadio per la consegna delle targhe. Prima di Bologna ci sono stati San Siro a Milano e la Dacia Arena a Udine. Anche l’impianto bolognese è un’icona del pallone azzurro, avendo ospitato due Mondiali, 1934 e 1990. Questa è stata la casa del grande Bologna, quello del famoso spareggio del 1964, qui hanno giocato Baggio, Mancini, Bulgarelli, Pecci, Pascutti, Savoldi, Pagliuca. In quella panchina si sono seduti Mazzone, Ulivieri, Scopigno, Fabbri. E appena si apre la porta che conduce al terreno di gioco, il primo istinto di ognuno è calpestare il terreno e accarezzare l’erba, con la voglia di prendere un pallone e fare due tiri. Poco importa se il cielo è nuvoloso e di lì a poco è probabile che piova. Se poi ti portano a fare un giro negli spogliatoi dei rossoblù e davanti ti trovi gli armadietti di Destro, Dzemaili o Donadoni, l’istinto di mettere gli scarpini è alto. Selfie, foto e video non si contano. Nel frattempo fuori, dove un tempo c’era la pista di atletica, si allestisce il palco per la passerella dei premiati. C’è chi ha portato la moglie, chi la fidanzata, la famiglia, gli amici, semplici appassionati. Per quest’ultimi il posto è in tribuna centrale, per una volta gratis, con davanti le tribune di colore rossoblù e il simbolo dello stadio: la Torre della Maratona. E partono i primi commenti a voce alta, fa una certa impressione nel vederlo vuoto ma dev’esserlo pure quando si riempie di 40 mila anime. Il tuttofare del premio Top Trivengas Francesco Confalone si assicura che ogni cosa sia in ordine e può partire la consegna dei premi, letti da Marco Lanza. C’è emozione, perché è il riconoscimento ad anni di sacrifici, spesso poco o neppure retribuiti, ma l’amore per il pallone ha sempre prevalso. «Questo sport è una malattia» dice Daniele Scarpa dirigente al Nuovo San Pietro «non si sente la fatica. Non so quanti miliardi di volte ho percorso la Romea ma non mi pesa». Poi Matteo Zennaro, centrocampista del Sant’Erasmo. «Da Venezia ci s’impiega un’ora per raggiungere l’isola» osserva «spesso si gioca senza prendere un euro». E i sacrifici di chi si alza alle 5 per mantenere la famiglia. «Vado al lavoro» spiega Ciro Peron del calcio a 5 Città di Mestre «ma la sera sono in campo ad allenarmi». Spesso gli arbitri sono poco propensi a ricevere applausi, stavolta il battimano è tutto per Raffaele Sciretti, della sezione Aia di Mestre, con 840 incontri diretti. Il cielo fa le bizze, inizia a piovere a dirotto e si aprono gli ombrelli, così si deve accelerare. Acqua o non acqua, una foto in mezzo al campo con la targa è d’obbligo. Per una volta ci si sente campioni laddove giocano quelli veri.