Il generale Luzi: “Le baby gang figlie del disagio sociale, un piano speciale per fermare le violenze”

Intervista al comandante generale dei Carabinieri: «I miliardi del Pnrr fanno gola alla criminalità organizzata: teniamo alta la guardia per evitare infiltrazioni»

Quando si è insediato nel ruolo di comandante dell’Arma, il 16 gennaio di un anno fa, i mezzi dei carabinieri scortavano le colonne di camion con le prime grosse partite di vaccino e c’era fiducia che l’emergenza sanitaria fosse avviata verso l’inizio della fine. Dodici mesi dopo il generale Teo Luzi misura il tempo trascorso sapendo di aver assolto a un imperativo categorico, essere riuscito a non perdere mai contatto con un Paese segnato dalla convivenza con il Covid, e ragiona su un problema che sta emergendo con sempre maggiore evidenza: «La pandemia ha creato disparità economiche, ha amplificato il disagio giovanile, ha cambiato i luoghi e il modo di aggregarsi dei ragazzi, anche per la situazione in cui si è trovata la scuola. E ha portato alla nascita di bande che stanno diventando un problema pressante, soprattutto in alcune grandi città. Noi, ogni giorno, operiamo sul territorio sapendo che dobbiamo far sentire forte la nostra presenza e dare risposte ai cittadini».

Comandante, se parliamo di questo fenomeno vengono in mente subito la maxi rissa del Pincio a Roma, i fatti di Capodanno a Milano, i 150 ragazzini che nei giorni scorsi si sono fronteggiati alle porte di Torino armati di spranghe e bastoni. Come si intercetta e si affronta questo problema?
«Le bande giovanili sono composte prevalentemente da minorenni, alcuni italiani di seconda generazione, che si danno appuntamento sui social network. Durante la scorsa estate abbiamo registrato episodi significativi anche lungo il litorale romagnolo e in Versilia. Per questo stiamo approntando un piano specifico di controlli. In ogni caso, laddove i casi si sono verificati, le forze di polizia sono intervenute con tempestività, individuando i responsabili in tempi brevi. In tutto questo, c’è poi sempre qualcuno disposto a sfruttare il disagio. Mi preoccupa, in particolare, l’avvicinamento precoce dei ragazzi al consumo di sostanze alcoliche, spesso non affrontato con sufficiente attenzione».

Come si fanno capire ai ragazzi i rischi che corrono?
«Ho parlato di interventi tempestivi ed efficaci. Ma con altrettanta attenzione ci rivolgiamo alla prevenzione. I ragazzi devono crescere consapevolmente e assorbire i valori della convivenza sociale. Per questo siamo molto presenti nelle scuole. Il cardinale Martini amava dire che educare è come seminare: il frutto non è garantito, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto».

Le regole vanno rispettate. Ma qualcuno, come i No Vax, è refrattario a farlo. E c’è chi soffia sul fuoco, fino al caso dell’assalto alla Cgil. Non c’è il rischio che la pandemia diventi un terreno fertile per nuovi movimenti eversivi?
«In questa stagione di restrizioni e regole il dissenso ha volti e storie diverse, ma le espressioni di violenza non sono in nessun modo accettabili e devono essere represse con fermezza. Ad incitare non sono gli imprenditori, né i lavoratori colpiti dalla pandemia che, anzi, hanno dimostrato grande spirito di sacrificio. C’è una destra radicale che rivendica un ruolo trainante nella mobilitazione e c’è un fronte anti sistema alla continua ricerca di visibilità. Entrambe sono minoranze che intendono devastare e non protestare. Per questo, rivolgiamo la massima attenzione alla strumentalizzazione del disagio sociale – che c’è e va compreso – e lavoriamo per disinnescare sul nascere ogni situazione di possibile rischio, evitando il coinvolgimento di chi chiede legittimamente considerazione per i propri problemi. Dopo i fatti che hanno riguardato la sede romana della Cgil, la risposta operativa delle forze di polizia è stata determinata: 27 dei responsabili sono già stati deferiti all’autorità giudiziaria».

Con i fondi del Pnrr il Paese guarda alla ripartenza. Miliardi che però fanno gola anche alla criminalità organizzata.
«Siamo pronti, insieme alle altre forze di polizia, a difendere il “debito buono” degli italiani dai gruppi criminali interessati a lucrare sugli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Abbiamo maturato un’esperienza importante, soprattutto nell’aggressione ai patrimoni illeciti, realizzando operazioni che, negli ultimi cinque anni, hanno condotto al sequestro e alla confisca di beni per 12 miliardi di euro. Ora, ci preoccupano, in particolare, i settori della sanità e dei rifiuti. Il Ros ha concluso di recente un’operazione in provincia di Reggio Calabria nei confronti di 14 affiliati a una cosca di ‘ndrangheta, che, grazie alla collusione con dirigenti di aziende ospedaliere, agivano in regime di monopolio per la fornitura di dispositivi sanitari».

Si parla giustamente di clima, ma per salvare il pianeta occorre anche contrastare i reati ambientali, che sono in costante aumento.
«Oggi, a seguito dall’unificazione con il Corpo Forestale dello Stato, abbiamo un assetto di polizia ambientale unico in Europa e nel mondo, che opererà anche a tutela degli investimenti del Pnrr. E dall’Arma vengono 55 unità specializzate che, con l’accordo fra il Ministero della Transizione Ecologica e l’Unesco, andranno a far parte dei cosiddetti “Caschi verdi per l’ambiente”».

Nel 2021, in Italia, delle oltre cento donne uccise in ambito familiare o affettivo, due terzi hanno trovato la morte per mano del partner o dell'ex partner. Se invece guardiamo alla sicurezza sul lavoro, parliamo di una media di tre vittime al giorno. Come si fermano queste stragi?
«Femminicidi e morti sul lavoro sono fenomeni odiosi, figli di una cultura delle relazioni interpersonali e di un modo spregiudicato di fare impresa inaccettabili per un Paese progredito. E questo al di là di ogni statistica. Sul fronte della violenza di genere si sono aggiunti strumenti normativi più efficaci, tuttavia abbiamo un sommerso significativo da combattere, facilitando in ogni modo il percorso di consapevolezza delle vittime, che troppo spesso non denunciano per paura di non essere credute o temendo di compromettere il futuro dei figli. Per questo abbiamo attivato una Rete nazionale di monitoraggio che può contare su 379 ufficiali di polizia giudiziaria specializzati nel settore e previsto lo svolgimento di seminari informativi in accordo con il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, con l’obiettivo di fornire al nostro personale ulteriori conoscenze di psicologia comportamentale per migliorare l’approccio con le vittime».

E per la sicurezza sul lavoro?
«Il nostro Comando per la tutela del lavoro è stato costituito nel 1926 e oggi concentriamo la nostra attenzione anche su nuove categorie come freelancer, microworker, rider, che non sempre godono di sufficienti tutele. Per rafforzare i controlli, anche sul fronte della prevenzione, sono in arrivo altri novanta carabinieri, che andranno a operare nel contesto del Reparto speciale che fa capo al Ministro».

Nelle prossime settimane è attesa la sentenza del processo scaturito dal secondo filone di indagini sul caso Cucchi, che ha portato a giudizio otto carabinieri accusati di aver depistato le indagini. Ben sapendo che per una parte degli imputati interverrà comunque la prescrizione. La sorella di Stefano, Ilaria, ha scritto su La Stampa: “La costituzione dell’Arma dei Carabinieri come parte civile, affianco a noi, mi ha scaldato il cuore”. Ma ora si aspetta altri segnali.
«Il caso Cucchi è una ferita dolorosa. Rispettiamo la sofferenza della famiglia, che è anche la nostra perché siamo consapevoli che l’uso della violenza gratuita nell’esercizio delle funzioni, tradisce tutti: i cittadini, che da sempre nutrono fiducia nella correttezza dell’Arma e le migliaia di carabinieri, che, con sacrificio, assicurano la vicinanza alla gente. Siamo profondamente amareggiati, ma non restiamo indifferenti e siamo determinati nel migliorarci. Per questo, agiamo lungo due direttrici: la formazione e i controlli. Abbiamo migliorato la formazione del personale, dalle scuole ai reparti territoriali, grazie anche alla disponibilità del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà. Dallo scorso settembre, nell’ambito del Comando generale opera il “Servizio di controllo e di validazione”, cui sono stati assegnati compiti di audit, rafforzando le attività di verifica della scala gerarchica».

Interverrete dopo la sentenza?
«Rispettiamo l’operato della magistratura che procede nei diversi gradi di giudizio per affermare la verità dei fatti. Si è concluso un primo processo che ha riguardato la responsabilità dei militari direttamente coinvolti nel pestaggio ed è alle battute finali quello ai loro superiori. In entrambi i casi l’Arma si è costituita parte civile. Con le sentenze definitive non ci saranno sconti per nessuno e saranno adottati i più severi provvedimenti consentiti dalla legge. Ne va della credibilità istituzionale». 

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