Caso Zaki, Amnesty: “Le accuse di terrorismo sono una spada di Damocle, l’ottimismo è infondato”

Il 28 settembre si terrà la prossima udienza nei confronti dello studente egiziano, arrestato nel febbraio 2020 all'aeroporto del Cairo

Una conferma preoccupante dello scenario peggiore che ancora si delinea per Patrick Zaki. Una precisazione più o meno prevista, più o meno temuta: le accuse di propaganda sovversiva e terroristica non sono state archiviate nel processo in corso in Egitto contro lo studente egiziano dell'Università di Bologna, e quindi incombono ancora. Non si tratta perciò 'solo' - come si era sperato - dell'accusa di diffusione di notizie false attraverso un articolo online. «Il rinvio a giudizio è avvenuto con tutte le accuse», ha rivelato Hoda Nasrallah, la sua legale, che comunque non ha voluto precisare quale sia la pena massima che rischia Patrick. In una sua laconica dichiarazione all'Ansa, l'avvocatessa ha avvertito che al suo fascicolo sono stati aggiunti altri due imprecisati "articoli" giornalistici, oltre a quello già incriminato sulle persecuzioni dei cristiani d'Egitto. Per il ricercatore e attivista restano dunque in piedi le accuse non solo di diffusione di «notizie e informazioni false», ma anche quelle di «minare la sicurezza nazionale» e di istigare alla protesta, «al rovesciamento del regime«, «all'uso della violenza» e al «crimine terroristico»: insomma quelle legate ai dieci post su Facebook di controversa attribuzione su cui si sono basati i 19 mesi di custodia cautelare in carcere culminati nel rinvio a giudizio annunciato il 13 settembre.

Ancora il giorno dopo, al termine della prima udienza in cui aveva chiesto e ottenuto l'accesso agli atti, la legale non aveva saputo precisare se le vecchie e più gravi accuse - quelle che gli fanno rischiare 25 anni di carcere o addirittura l'ergastolo - fossero state archiviate. Per certa veniva data soltanto quella di diffusione di notizie false con l'articolo di due anni fa sulle persecuzioni e discriminazioni dei copti: un'accusa che gli avrebbe fatto rischiare una condanna a cinque anni di reclusione che, calcolando la custodia cautelare già subita, si ridurrebbero a tre anni e cinque mesi. Per Patrick, la cui prossima udienza è fissata per martedì prossimo sempre a Mansura, la città sul delta del Nilo dove è nato 30 anni fa, «c'è enorme preoccupazione», ha detto il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury. «Sin dal rinvio a giudizio - ha ammesso - sospettavamo che le accuse più gravi fossero state solo congelate, ma non annullate». Lo sviluppo rende «del tutto vuote quelle parole di grande ottimismo pronunciate all'indomani della prima udienza come se tutto fosse risolto» grazie «a una presunta attività diplomatica del nostro governo», ha aggiunto Noury. La «storia gemella», «quella di Ahmed Samir Santawy, arrestato un anno dopo Patrick e condannato già a quattro anni, ci spaventa», ha detto ancora esprimendo l'augurio che il processo «non finisca con una condanna» peraltro «inappellabile» (e annullabile solo da parte del presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi). «Ma purtroppo - ha concluso - dobbiamo essere preparati anche a questo scenario». 

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