Vaccinazioni, giro di boa. La popolazione veneta è immunizzata al 50,1 per cento

Una vaccinazione

Prime dosi e richiami somministrati a 2,42 milioni di cittadini, soprattutto anziani. La campagna sconta la scarsità di flaconi e la freddezza di quarantenni e ragazzi

VENEZIA. La metà più uno. A sette mesi di distanza dell’avvio delle vaccinazioni di massa (correva il 27 dicembre) la campagna nel Veneto compie il giro di boa: 2.429. 440 donne e uomini, pari al 50,1% della popolazione complessiva residente, hanno completato il ciclo immunitario - prima dose e richiamo - e la percentuale sale al 55,5% qualora si consideri la fascia propriamente vaccinabile, ovvero quella di età superiore ai 12 anni. Un traguardo, provvisorio certo, che colloca la regione alla sommità della classifica nazionale: ad oggi il 60,1% dei cittadini ha ricevuto almeno una dose e sono 33.129 quelle somministrate nelle ultime ventiquattr’ore; a conti fatti, gli hub hanno inoculato il 95% dei flaconi disponibili, azzerando o quasi il magazzino, salvo scontare un rallentamento rispetto a giugno, riflesso della scarsità di vaccini a fronte di una rete distributiva poderosa, in grado di garantire fino a centomila mila iniezioni giornaliere.

IL DIVARIO TRA OFFERTA E ADESIONI

Né l’adesione è sempre stata all’altezza dell’offerta: elevata dai sessant’anni in su (con picchi assoluti tra gli over 80), la copertura dà segni di cedimento tra i cinquanta-quarantenni per franare bruscamente nelle coorti dei giovani adulti e dei ragazzi; a dispetto di appelli e canali preferenziali, oltre il 50% di loro non ha ancora prenotato la prima dose. Modesta percezione del rischio a fronte del crollo di mortalità e degenze? O effetto della tenace opposizione No vax? Il bollettino sanitario segnala 407 nuovi positivi che risospingono il totale degli isolati oltre quota diecimila (10.081, non accadeva da mesi) con tre ulteriori ricoveri in ospedale e un decesso.

ZAIA: VITE SALVATE DAGLI OSPEDALI

«Vaccinarsi non è un obbligo ma chi rifiuta di farlo deve rispettare quanti compiono una scelta diversa. In questo momento abbiamo ventun persone in terapia intensiva, degli ultimi 16 arrivati 15 sono non vaccinati e uno ha ricevuto una sola dose. Questi sono i dati di fatto», è il commento di Luca Zaia a margine dell’inaugurazione del nuovo punto nascita dell’ospedale di Asiago; «In quest’anno e mezzo i tamponi ci hanno consentito di individuare 429 mila contagiati, chissà quanti saranno stati in totale, certo è che senza gli ospedali 20 mila di questi sarebbero morti o avrebbero pregiudicato seriamente il loro stato di salute. Perciò», è la conclusione del governatore «non posso accettare di sentire che nella cura del Covid sarebbero bastate le cure domiciliari, non può passare l’idea che per diciassette mesi i cittadini siano stati presi in giro».

Il monitoraggio di Aifa

A proposito di terapie, l’Agenzia del farmaco fa sapere che a luglio, di pari passo alla crescita di contagi, sono raddoppiate le prescrizioni di anticorpi monoclonali, medicinali specifici autorizzati in via emergenziale e disponibili per persone particolarmente fragili, con infezione virale recente e senza sintomi gravi.

Il booom delle cure monoclonali

Così, dal monitoraggio di Aifa emerge che Lazio (834 dosi dispensate) e Veneto (834) sono le regioni che ricorrono in maggior misura ai farmaci monoclonali né la circostanza sorprende alla luce del protocollo in vigore tra lo Spallanzani di Roma e il reparto di malattie infettive dell’Azienda ospedaliera di Verona, dove la “pioniera” Evelina Tacconelli sta conducendo uno studio clinico anticorpale su scala nazionale.

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