Questa Italia, diversa da noi

Di insostituibili sono pieni i cimiteri e la vita pubblica italiana, con una eccezione: la nazionale di calcio. Come un fungo esotico sbuca il centrocampista Nicolò Barella e dice: «Nel caso torni Verratti, piuttosto che Locatelli esco io». Chi aveva mai sentito niente del genere? Per la staffetta fra Mazzola e Rivera si crearono divisioni mai ricomposte, mugugni, umiliazioni finali. Quella tra Craxi e De Mita venne promessa e mai realizzata. Il modo più celebrato di sfilare a qualcuno la sedia di sotto è garantirgli «stai sereno», mettiti pure comodo, ma a 1422 chilometri di distanza. La sostituzione è percepita (e talora attuata) come violenza, non avviene pacificamente, invoca sostantivi come «defenestrazione» (altroché «avvicendamento»), apre spiragli alla vendetta, è l’inizio di una faida. Il cambio di un volto sullo schermo è un affare di Stato, il rimescolamento di incarichi una vicenda epocale in qualunque organizzazione: mobilita associazioni, scatena dietrologie e complottismi, allude a rottamazioni, spoil system, ribaltoni di chiara matrice politica. Chi esce strepita, chi entra porta i paletti e mette le tende: se ne riparla fra vent’anni, telefonami. Poi c’è Barella, ma non solo.

La nazionale è arrivata agli Europei con un dualismo al centro dell’attacco: una volta giocava Immobile, una Belotti. Per rasserenare entrambi, ecco pure il terzo incomodo, Raspadori. Poi s’è cominciato a fare sul serio ed è toccato sempre a Immobile. Belotti? Zitto e contento. Raspadori? Felice del viaggio premio. Per tutto il campionato il giocatore emergente, anche in campo internazionale, è stato considerato Chiesa. Sua per destinazione sembrava la fascia destra. All’ultima curva è sbucato Berardi, uno che sta a Sassuolo con il passaporto scaduto e gli ha preso anche l’ombra. Polemiche? Nessuna. Ma se perfino Toninelli non si rassegna all’idea che ci sia un altro al suo posto e ha scritto un libro dal titolo “Non mollare mai” (la poltrona). Da quale remoto pianeta o virtuosa provincia arriva questa pattuglia di ragazzi disponibili: ad aspettare il proprio turno, riconoscere l’altrui talento, rispettare le decisioni del capo? Uno psicologo di fama mondiale mentre si giocava la partita mi spiegava che tra i minorenni l’unica autorità riconosciuta e indiscussa non è il padre, il professore o il papa, ma il mister, l’allenatore. Al suo sapere, più che a quello di un ministro e uno scienziato è attribuita una superiorità, alla sua gestione è ritenuta necessaria obbedienza.

Il narcisismo che è un mal di generazione si placa solo davanti a quella figura di potere. Mourinho e/o Sarri sono i veri candidati sindaci a cui consegnare Roma, gli unici con possibilità di governarla e salvarla. Quanto a Mancini ha avuto una ulteriore intuizione: proclamare l’uguaglianza e dimostrarla. Aiuta non avere Cristiano Ronaldo, ma ancor di più impedire a chiunque di credersi Cristiano Ronaldo. Di fenomeni con la chiacchiera e il distintivo di CR7 sono piene le stanze del mondo, anche quelle che frequentiamo e talora abitiamo. Perfino qualche specchio, o no? Si tratta di un teorema, dimostrato da un filotto di partite vincenti, con formazioni diverse, che si sono consolidate, ma sono pronte a riformarsi non per l’ideologia di riserva del turn over (lasciamo riposare i migliori) ma per quella di principio secondo cui la cosa migliore è quello che per pigrizia chiamiamo schema, ma in questo caso assomiglia più a un sentimento, un’emozione condivisa, ognuno con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi. Poi, certo, c’è Jorginho, ma quella è l’eccezione all’eccezione. È educazione civica accettarla.

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