«Veneti più concentrati nella caccia al colpevole che a battere il virus. Così si perde coesione»

L’allarme di Gian Piero Turchi, direttore del Corso di perfezionamento di Gestione dell’emergenza e coordinatore dell’osservatorio Hyperion. «A marzo si faceva la spesa per il vicino, ora si vuole denunciarlo»

L’intervista
 
La caccia alle streghe è aperta. Ma Halloween non c’entra. Nell’anno orribile del Covid, le streghe sono gli untori – veri o presunti – additati come responsabili della ripresa dell’epidemia, mentre i cacciatori sono quella parte di popolazione stanca, frustrata e arrabbiata che trova più accettabile concentrarsi sulle cause dell’aumento dei contagi che non sulle soluzioni.
 
Il problema, come rivelano i dati dell’osservatorio Hyperion, è che questa fetta di popolazione è molto consistente e sta distraendo energie importanti dalla battaglia al virus, con il rischio di vanificarla. L’allarme arriva da Gian Piero Turchi, direttore del Corso di perfezionamento di Gestione dell’emergenza in ambito di Salute e Comunità del Dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata (Fisppa), che coordina l’Osservatorio della coesione sociale in assetti emergenziali. Il servizio analizza le modalità socio-interattive dei veneti nella gestione dell’assetto emergenziale; l’analisi esplora quanto emerge da social (Facebook e Twitter), giornali locali, oltre all’impatto sociale dei decreti emanati. 
 
Professore, qual è lo stato dell’arte? 
«In questo momento la comunità è divisa in due grossi blocchi: un terzo della popolazione è determinato a impegnarsi per mettere un freno all’aumento dei contagi, mentre altri due terzi, pur con diverse sfumature, sono concentrati nel dare la caccia al colpevole, agli sciocchi che creano assembramenti e a coloro che non rispettano le regole nella gestione delle loro attività. Questo atteggiamento però comporta una frammentazione della comunità con conseguente indebolimento del fronte. E, di conseguenza, l’obiettivo di contenimento del contagio è più sfumato e meno efficace». 
 
C’è chi sostiene che anche la stanchezza per il protrarsi dell’epidemia possa avere un ruolo nell’indebolimento della risposta della comunità. 
«Anche l’Oms aveva messo in guardia da questo pericolo che, tuttavia, noi non rileviamo. C’è davvero molta energia a disposizione, il problema è che viene distribuita in modo frammentato, si disperde nel discutere, polemizzare. Parallelamente, rileviamo un aumento della coesione sociale, tornato appena al di sopra del valore mediano dopo che, durante l’estate, l’attenzione era diminuita e ognuno era tornato a pensare per sé». 
 
Che la gente si compatti nel colpevolizzare le persone non sembra auspicabile, nemmeno se questo crea un fronte comune. 
«La comunità risponde in base agli obiettivi che si dà. Quando questi sono chiari è coesa, mentre adesso che sono stati sfumati dai mesi estivi, risulta sfaldata». 
 
Il fatto però che i due terzi dei veneti siano impegnati in una sorta di caccia alle streghe non è molto confortante. 
«Il valore è preoccupante. Siamo in una fase in cui gli aspetti di controversia e conflitto arrivano al 67%, per cui ora diventa necessario dare una direzione univoca alla comunità, altrimenti il rischio è che non si persegua l’obiettivo di limitazione del contagio». 
 
E come si convoglia questo stato d’animo verso uno più costruttivo? 
«È necessario cambiare il modo di fare comunicazione. Questo è un compito che spetta ai politici e alle istituzioni. In questo momento sono chiamati a invocare una forte condivisione dell’obiettivo per ridurre il contagio trascurando tensioni politiche e partitiche che frammentano la comunità. È fondamentale che tutto l’orizzonte politico dia un valore univoco a quello che si sta facendo. Purtroppo, invece, i partiti non tengono conto che il loro atteggiamento legittima i comportamenti che stiamo vedendo». 
 
Quindi, visto che difficilmente la politica si leverà con una sola voce, quale potrebbe essere il “piano B”? 
«Dare voce alle persone ricoverate, che patiscono grandi sofferenze, facendo parlare magari coloro che erano scettici nei confronti del virus e affidando loro un messaggio forte per la comunità. Far parlare esperti, virologi e anestesisti, far presente che i reparti stanno tornando a riempirsi e che la situazione potrebbe tornare critica in poco tempo». 
 
Non c’è il rischio che la gente sia assuefatta anche all’emergenza e non risponda comunque? 
«Dipende tutto dal messaggio che viene dato. Se è debole, le persone non hanno elementi per valutare la gravità di quanto sta accadendo. Sei mesi fa si vedevano gli infermieri addormentati al lavoro, i medici stremati e questo aveva contribuito a rendere la comunità più compatta». 
 
Ritiene che in questa situazione abbia un ruolo anche il negazionismo? 
«Il negazionismo è presente ma è molto minoritario». 
 
La sensazione di essere costretti a mettere la propria vita in stand by potrebbe avere un ruolo nell’insofferenza? 
«No, questo è un luogo comune che circola, ma noi abbiamo rilevato una grande energia nella comunità veneta. Come verrà utilizzata è tutto da vedere. Bisogna modificare il messaggio, abbandonando la retorica del colpevole e canalizzando una situazione di conflittualità in un obiettivo comune». 
 
Quali sono gli scenari possibili? 
«Sono due: o la conflittualità viene convogliata verso un obiettivo comune o si rischia che l’ostilità si trasferisca nei comportamenti concreti all’interno della comunità, con persone che cominciano a richiamare per strada altri cittadini a comportamenti corretti. Vedremo, inoltre, quali saranno le ricadute del nuovo Decreto. In questo senso c’è un messaggio che non è passato: mentre il ruolo delle aziende come bene importante per la coesione è stato immediatamente recepito, lo stesso non è avvenuto per il ruolo di bar e i ristoranti e per il contributo che possono dare i cittadini nel mantenerli vivi e aperti». 
 
Ora c’è anche chi invita a denunciare i vicini che trasgrediscono...
«Ecco, a marzo le immagini che ricevevamo erano di persone che consegnavano la spesa al vicino, ora si parla di denunciarli. Sarebbe il caso di chiudere un occhio rispetto alla denuncia e incrementare lo sforzo per aiutare, tornando a inquadrare molto fermamente qual è l’obiettivo comune». — 
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