Beta talassemia e anemia falciforme, nuove conferme per l’editing genetico

(Crediti: LaCasadeGoethe da Pixabay)
(Crediti: LaCasadeGoethe da Pixabay) 
A tre anni dall’inizio della sperimentazione su 75 pazienti, la terapia genica con exa-cel ha dato risultati positivi. Si punta alla registrazione entro la fine dell’anno
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Al congresso europeo di ematologia che si è tenuto recentemente a Vienna sono stati presentati i risultati dei primi 37 mesi di sperimentazione di un nuovo farmaco in grado di agire sulle cause genetiche alla base di alcune malattie rare del sangue. Il farmaco si è mostrato sicuro ed efficace nel trattamento su 75 pazienti affetti da Beta talassemia o anemia falciforme. Ci sono, quindi, i presupposti per proseguire con la sperimentazione clinica in nuovi gruppi di diversa età in vista della registrazione del trattamento.

Non c'è una cura per queste malattie

L'Italia è uno dei paesi al mondo più colpiti da beta talassemia, una malattia ereditaria della quale soffrirebbero, secondo le stime, circa settemila persone. La causa è un difetto nella produzione di emoglobina, la proteina che trasporta l'ossigeno nel sangue, e una delle conseguenze è la dipendenza da trasfusioni continue, ogni due o tre settimane circa.

Anche l'anemia falciforme, che si sta diffondendo sempre di più negli ultimi anni in Italia: in questo caso il difetto riguarda la forma dei globuli rossi (alcuni dei quali si deformano diventando a "falce", per l'appunto): da un lato non riescono più a trasportare efficacemente l'ossigeno, dall'altro l'organismo non li riconosce e tende a distruggerli.

Può succedere anche che queste cellule formino degli agglomerati che aderiscono alla parete interna dei vasi sanguigni e rallentino, riducano o addirittura blocchino il flusso di sangue. Al momento non vi sono cure efficaci e definitive per queste due malattie genetiche.

L'editing genetico

Il nuovo farmaco si chiama exagamglogene autotemcel (exa-cel) e sfrutta la tecnologia del cosiddetto "taglia e cuci" (editing genetico Crispr/Cas9) per modificare il Dna delle cellule staminali progenitrici dell'emoglobina prelevate dai pazienti malati, "aggiustandole". Le cellule sane vengono poi re-infuse perché producano cellule ematiche mature sane e funzionanti.

La prima sperimentazione clinica di exa-cel è stata avviata circa 37 mesi fa e ha coinvolto 75 pazienti fra i 12 e i 35 anni che verranno seguiti per due anni dopo la prima somministrazione (per alcuni questo tempo è già trascorso) e che entreranno successivamente a far parte di un piano di monitoraggio a lungo termine. Fra questi, 44 sono affetti da beta-talassemia trasfusione-dipendente e 31 hanno anemia falciforme con frequenti crisi vaso occlusive.

La sperimentazione ha coinvolto pazienti europei e molti italiani, tutti provenienti dall'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

I risultati della prima sperimentazione

Exa-cel è la prima dimostrazione di come un approccio completamente innovativo che sfrutta gli avanzamenti biotecnologici degli ultimi anni possa contribuire a cambiare radicalmente la storia naturale di alcune malattie. I risultati dei primi tre anni di sperimentazione del farmaco, infatti, mostrano che grazie a questa tecnica è possibile riattivare la funzionalità dell'emoglobina fetale nelle cellule staminali e rendere quindi i pazienti indipendenti dalle trasfusioni nel caso della beta talassemia o da crisi vasocostrittive nel caso di anemia falciforme.

Con un periodo di monitoraggio dei pazienti reclutati che va dagli 1,2 mesi fino a 37,2 mesi dopo la prima somministrazione, exa-cel si è mostrato in grado di eliminare completamente le crisi vaso-occlusive in tutti i 31 pazienti con anemia falciforme trattati e di liberare 42 dei 44 pazienti con beta talassemia dalla necessità di sottoporsi a trasfusioni.

Dopo nove mesi dall'infusione del trattamento, inoltre, tutti i pazienti hanno mostrato livelli di emoglobina buoni (superiori agli 11 grammi per decilitro).

"I risultati dei due studi clinici dimostrano l'impatto positivo che questa terapia ha avuto sui pazienti e non posso nascondere la soddisfazione", ha detto Franco Locatelli, Professore di Pediatria presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Direttore del Dipartimento di Ematologia e Oncologia Pediatrica dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. "Data la mancanza di terapie curative per la maggior parte dei pazienti affetti da emoglobinopatie, non posso che dirmi entusiasta di far parte del team che ha sviluppato l'approccio del genome editing con le potenzialità di fornire ai pazienti una soluzione a questo bisogno terapeutico insoddisfatto".

Prospettive di espansione a malati più giovani

Un aspetto fondamentale del nuovo farmaco è che la tecnica usata lo rende applicabile a pazienti di qualunque età, purché in condizioni di salute adeguate a ricevere un trapianto dopo la modifica del Dna delle proprie cellule ematiche.

Il prossimo passo, dati i risultati ottenuti fin qui, sarà quindi espandere la sperimentazione a pazienti più giovani. In particolare, verranno avviati due studi pediatrici che coinvolgeranno bambini dai due ai cinque anni e dai cinque agli undici anni, con un massimo di dodici pazienti per gruppo. Verrà loro somministrato il farmaco exa-cel a cui seguirà un primo monitoraggio per due anni, e un secondo monitoraggio a lungo termine. La speranza, secondo quanto riportato dagli esperti al convegno di ematologia, è che grazie ai dati raccolti fin qui sia possibile ottenere la registrazione della terapia entro la fine dell'anno.