Agopuntura in ospedale, al via il censimento delle strutture dove si pratica

Nell'attesa di una normativa, Asl e regioni si muovono in ordine sparso. L'Ami: "In Italia una specializzazione non esiste, quindi nel pubblico può essere praticata solo da specialisti in altre discipline o anestesisti"
2 minuti di lettura

Sempre più presente, ma ancora in attesa di un riconoscimento ufficiale: è questo il destino dell'agopuntura nelle strutture sanitarie pubbliche. Se ne parla in occasione della chiusura del corso di perfezionamento sull'agopuntura in Neurologia dell'Università di Siena, promosso da Ami (Associazione Agopuntura Medica Integrata), che ha colto l'occasione per lanciare il primo censimento delle strutture pubbliche di agopuntura in Italia.

"Il nostro obiettivo è capire quanti medici praticano agopuntura in strutture pubbliche, in quali regioni e per quali patologie", spiega la presidente Ami, Cecilia Lucenti. Gli agopuntori inseriti negli elenchi degli Ordini dei Medici sono circa 3500 mentre i diplomati nelle scuole accreditate erano più di 5.000 nel 2018. "In Italia una specializzazione in agopuntura non esiste, quindi nelle strutture pubbliche l'agopuntura può essere praticata solo da specialisti in altre discipline o anestesisti", spiega Lucenti.

E spesso l'agopuntura non risulta ufficialmente tra le prestazioni offerte, mentre non è possibile sapere cosa avvenga nel settore privato. "Oggi gli ambulatori pubblici devono impiegare medici in possesso di altra specializzazione, che con il numero chiuso, tendono a diminuire", avverte Carmelo Guido, direttore del servizio Usl "Fior di Prugna" di Firenze. "Se non si arriva a un riconoscimento dell'agopuntura come specializzazione, con l'assunzione del medico nella struttura pubblica con quella specifica funzione, rischiamo di trovarci ambulatori vuoti o che vengono chiusi".

Anche per questo Ami ha presentato una proposta di legge per istituire una formazione di agopuntura. "In Italia l'agopuntura è un atto medico, e come tale praticata solo da medici, diversamente da quanto avviene in altri paesi", aggiunge Franco Cracolici, vicepresidente Fisa (Federazione Italiana Società Agopuntura) e responsabile scientifico delle attività di Oncologia Integrata presso l'Azienda Usl Toscana Sud Est.

"Una specializzazione universitaria poi permetterebbe alle facoltà di medicina di inserire in tutti i corsi alcune nozioni di medicina tradizionale cinese, per meglio informare i medici. Ormai conosciamo i meccanismi dell'agopuntura, sappiamo come interagisce con il sistema nervoso - sottolinea Lucenti - e abbiamo conferme scientifiche della sua efficacia a tutti i livelli, dai modelli animali agli studi sulle cellule agli studi clinici, alcuni provenienti da ricerche effettuate dal nostro Cnr".

Ma in attesa di una normativa che faccia ordine le regioni - o le singole aziende sanitarie -si muovono in ordine sparso, inserendo l'agopuntura in modo più o meno ufficiale.

La Toscana è forse la regione dove l'integrazione funziona meglio, con una sessantina di ambulatori pubblici, oltre all'ospedale di medicina integrata di Pitigliano, molti dei quali praticano medicina tradizionale cinese, non solo agopuntura ma anche moxibustione, auricoloterapia e coppettazione: "Si lavora nei reparti oncologici per limitare gli effetti avversi delle terapie e rafforzare l'organismo ma anche per l'assistenza al parto, la riabilitazione neurologica e altro ancora - spiega Cracolici -. Le prestazioni sono accessibili dietro pagamento di un ticket, gratuite per chi è esente". E dal 2007 esiste un protocollo d'intesa tra regione e Ordine che definisce i percorsi formativi sul territorio regionale.

Un'altra regione in cui l'agopuntura è inserita nei Lea è l'Emilia Romagna, ma solo per trattare lombosciatalgia, cefalea muscolo tensiva ed emicrania, "le indicazioni per cui ci sono conferme più solide, anche se stiamo lavorando su molto altro", spiega Stefano Vignali, responsabile dell'Ambulatorio di Agopuntura del Poliambulatorio C.T.R. di Reggio Emilia. Qui in genere i trattamenti sono forniti da strutture private convenzionate, "anche se ci sono differenze tra le varie province - spiega Vignali- in alcune, come Reggio Emilia, c'è una buona collaborazione con reumatologi, fisiatri, neurologi, dove a essere più sviluppato è il privato, è più difficile creare sinergie".

Eppure l'obiettivo sarebbe questo: "La medicina tradizionale cinese punta su prevenzione, stile di vita sano, sulla valutazione del paziente e non del sintomo: una sinergia con le altre specialità mediche è un vantaggio per tutti", sottolinea Vignali. Intanto le conferme di efficacia si moltiplicano: "Pensiamo a tutti gli interventi sui problemi legati all'iperattività del sistema neurovegetativo: sindrome dell'intestino irritabile, gastrite, insonnia, fibromialgia", ricorda Vignali. O alla possibilità di ridurre gli effetti avversi delle chemio e radioterapie, "dalla xerostomia alle neuropatie alla fatigue, ma anche di rafforzare l'organismo del paziente", aggiunge Cracolici. "L'importante ora è garantire l'equità di accesso ai pazienti, e inserire la medicina integrata all'interno dei percorsi clinici".