Ivermectina contro Covid: storia di un insuccesso

È bastato un trial clinico inaffidabile (e poi ritirato) per illudere per mesi parte della comunità scientifica. Partendo da questo spunto, un gruppo di esperti chiede ora di rivedere i metodi utilizzati per le metanalisi che indirizzano le linee guida delle istituzioni sanitarie
3 minuti di lettura

L'attesa per un farmaco risolutivo contro Covid 19 non potrebbe essere più febbrile. Ma in mezzo a indubbi successi (come quelli dei vaccini che stanno mutando l'evoluzione della pandemia nei paesi occidentali) non mancano però le delusioni.

A volte inattese: un buon esempio è quello dell'ivermectina, un diffusissimo antiparassitario che per diversi mesi ha macinato dati, e consensi, come potenziale trattamento precoce per i pazienti infettati da Sars-Cov-2, solo per essere alla fine bocciato dalla scienza. Non prima, però, di aver scatenato un'autentica corsa all'approvvigionamento che ha svuotato le farmacie americane non solo delle preparazioni per uso umano, ma persino di quelle veterinarie, lasciando una scia di centinaia di intossicazioni.

Una vicenda che oggi fa da spunto ad una riflessione, ospitata sulle pagine di Nature Medicine, in cui quattro esperti internazionali chiedono di rivedere drasticamente i metodi utilizzati attualmente per realizzare le cosiddette metanalisi, ovvero le valutazioni scientifiche che accorpano i dati delle singole sperimentazioni, per ottenere risposte affidabili su cui basare raccomandazioni e linee guida.

Non è un caso se il tema emerge proprio nel mezzo di questa pandemia. La guerra contro il virus ha scatenato un proliferare di trial clinici randomizzati (il golden standard per la sperimentazione medica), per testare opzioni terapeutiche, vecchie e nuove, contro Covid 19. E di conseguenza, sono proliferate anche le metanalisi di cui i singoli trial sono la materia prima essenziale. Nel clima di urgenza inspirato dalla pandemia, e con la disponibilità di una messe enorme di dati non sempre di qualità inoppugnabile, i limiti degli attuali standard di valutazione - scrivono gli autori della lettera - erano quindi destinati a venire alla luce.

A luglio ritirato lo studio che la esaltava

Il caso dell'ivermectina è in qualche modo emblematico. Ancora pochi mesi fa, diverse metanalisi, pubblicate su importanti riviste scientifiche, ne raccomandavano l'utilizzo basandosi principalmente sui risultati di un trial randomizzato egiziano che aveva sperimentato il farmaco su oltre 400 pazienti, individuando un'efficacia sbalorditiva, soprattutto in caso di utilizzo precoce nel corso dell'infezione.

Peccato che in molti, nelle settimane seguite alla pubblicazione dei risultati su un sito di preprint (quindi in assenza di peer review, o revisione dei pari, che certifica la qualità degli studi una volta pubblicati sulle riviste scientifiche), hanno iniziato ad esprimere dubbi sui risultati, fin troppo rosei, della sperimentazione, che agli occhi di alcuni esperti facevano immediatamente subodorare qualche irregolarità.

Dubbi non peregrini, visto che lo scorso luglio la ricerca è stata ritirata, a causa di sospetti di natura "etica" (cioè la possibilità che si trattasse di una frode scientifica) ancora in corso di verifica.

Come scrivono gli autori della lettera, eliminati dalle metanalisi i risultati di questo studio (e di altri studi con simili problemi), l'efficacia del farmaco nei confronti di Covid è sparita di colpo. E se ora il consenso scientifico va in direzione di una sostanziale inutilità del farmaco contro Sars-Cov-2, migliaia di pazienti lo hanno assunto negli scorsi mesi a causa della sua presunta efficacia.

Per questo, gli autori della lettera ritengono che il caso evidenzi la necessità di una revisione dei processi con cui oggi vengono effettuate le metanalisi, almeno per le terapie contro Covid 19: smettere quindi di affidarsi ai dati di sintesi degli articoli, cioè alle conclusioni riportate nelle ricerche, e pretendere l'accesso ai dati dei singoli pazienti, che permettono un'analisi aggregata più affidabile, e smascherano facilmente eventuali irregolarità o frodi da parte degli autori dei singoli studi.

Il successo sarebbe stato una bellissima storia

"I dati individuali dei pazienti permettono senz'altro di potenziare la nostra capacità di analisi rispetto ai dati di sintesi, ma trovo la richiesta degli autori della lettera un po' troppo radicale", spiega a Salute Lorenzo Moja, esperto del dipartimento di politiche e standard dei prodotti sanitari dell'Oms e professore associato all'Universita di Milano.

"Le revisioni su stime aggregate ci hanno permesso di individuare importanti trattamenti contro il Covid, come i corticosteroidi, rapidamente. I dati individuali sono messi a disposizione raramente dai ricercatori, anche quando richiesti da importanti organismi, e un cambiamento simile al momento complicherebbe eccessivamente la realizzazione delle metanalisi, che rimane fondamentale per indirizzare velocemente le linee guida delle istituzioni sanitarie. La vicenda dell'ivermectina ha molte cause, non ultima credo il fatto che se fosse stata vera sarebbe stata una bellissima storia, un farmaco economico, prezioso in molte parti del mondo per contrastare le parassitosi e per questo inserito nella lista dei farmaci essenziali dell'Oms, che di colpo si rivelava efficace anche contro Covid 19. Questo può aver fatto sfuggire a qualche ricercatore quelli che effettivamente erano dati fin troppo positivi che emergevano da alcuni studi. Ma nonostante tutto la scienza ha fatto il suo corso anche in questo caso: nell'estate del 2020 sono arrivati i primi report di una possibile efficacia del farmaco, e a marzo di quest'anno sapevamo già che alcuni degli studi disponibili sovrastimavano drasticamente i suoi effetti. Le raccomandazioni quindi riducevano di molto il potenziale di cura dell'ivermectina chiarendo di non usarlo come trattamento di routine".