Covid, ritirato lo studio sulla pericolosità delle mascherine nei bambini

Dopo poco più di due settimane Jama pediatrics ritira la pubblicazione. I motivi? Errori di metodologia scientifica, incertezza sulla validità dei risultati e implicazioni per la salute pubblica
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Poco più di due settimane. È questo il lasso di tempo intercorso tra la pubblicazione e il ritiro - per evidenti problemi di metodo scientifico - di un controverso studio sulla presunta pericolosità della "troppa anidride carbonica" (CO2) respirata dai bambini che indossano una mascherina. A darne notizia è Jama Pediatrics, la stessa rivista che inizialmente aveva accettato di pubblicare il contributo ad opera del gruppo di ricerca di Harald Walach, professore di Psicologia clinica all'Università di Poznan. Le motivazioni lasciano poco spazio alle interpretazioni: l'editore ha deciso di ritirare il contributo a causa degli "errori di metodologia, dell'incertezza sulla validità dei risultati e delle conclusioni e delle potenziali implicazioni per la salute pubblica".

Ipercapnia: quando c'è troppa anidride carbonica

Da inizio pandemia sono molte le fantasiose teorie emerse sulla pericolosità delle mascherine. Utili - le chirurgiche - nel contenere le emissioni di particelle virali negli individui positivi e - le FFP2 - nel ridurre le probabilità di contagio, l'obbligo di utilizzo è stato criticato aspramente più su base ideologica che su base scientifica. Una delle principali accuse prive di fondamento è quella che vede nel loro utilizzo un serio problema di salute, specialmente nei bambini, per la troppa anidride carbonica inalata. Troppa anidride - in quanto "trattenuta" dalla mascherina in sede di espirazione - che esporrebbe i bambini al rischio di sviluppare ipercapnia, una condizione in cui, a causa dell'innalzamento dei livelli di CO2 nel sangue, si verifica un aumento della frequenza cardiaca, dispnea, spasmi muscolari, aumento della pressione sanguigna, mal di testa, stato confusionale, letargia fino ad arrivare a iperventilazione e disorientamento e perdita di coscienza.

I risultati dello studio

Per dimostrare la tesi del legame tra utilizzo delle mascherine e ipercapnia gli autori dello studio hanno coinvolto 45 volontari - di età compresa tra i 6 e i 17 anni - "obbligandoli" ad utilizzare delle mascherine (sia FFP2 sia chirurgiche) in modo tale da misurare la quantità di anidride carbonica presente. Dalle analisi gli autori hanno concluso che mediamente, utilizzando le mascherine, sono presenti tra le 13.120 e 13.910 ppm di CO2. Quantità che secondo gli autori supererebbero di gran lunga le concentrazioni massime consentite. In particolare gli autori, rifacendosi ad un vecchio documento, affermano che - secondo le regole dell'Ufficio federale dell'ambiente tedesco - le concentrazioni non dovrebbero superare le 2.000 ppm per gli ambienti chiusi.

Gli errori di metodo

Ma è proprio sull'interpretazione dei limiti che lo studio presenta uno dei maggiori problemi. Il limite delle 2.000 ppm vale per gli ambienti chiusi, non un modello equiparabile a ciò che accade con una mascherina. Non a caso il valore limite di anidride carbonica misurabile nelle mascherine è decisamente più alto, pari a 40.000 ppm. Ma per raggiungere un minimo effetto "narcotico" la quantità respirata dovrebbe risultare - sempre secondo l'Agenzia federale tedesca per l'Ambiente - almeno doppia, una concentrazione dunque difficilmente raggiungibile. C'è però di più perché il presunto legame con l'ipercapnia non viene affatto dimostrato in quanto nello studio non è stata valutata né la concentrazione di anidride carbonica a livello sanguigno né lo stato di salute degli individui sottoposti al test. Dopo la pubblicazione dei risultati molti gruppi di ricerca hanno sollevato numerosi dubbi relativi sia alla metodologia di studio sia sulla validità delle sue conclusioni. La rivista, richieste spiegazioni agli autori dell'analisi, non ha però ricevuto prove sufficientemente convincenti e per questa ragione, in data 16 luglio, ha ritirato definitivamente l'articolo.

I precedenti di Walach

Un ritiro, quello dello studio di Walach, che segue un altro ritiro sempre ad opera dell'accademico polacco. In quel caso - la pubblicazione è avvenuta il 24 giugno e il ritiro una settimana più tardi, il 2 luglio - Walach si è reso protagonista di uno studio - pubblicato sulla controversa rivista Vaccines - che attestava la pericolosità delle vaccinazioni anti Covid-19. Basandosi su dati non verificabili - e dunque difficilmente valutabili attraverso la peer-review - gli autori, contro qualsiasi evidenza proveniente dalla realtà, fatta di milioni di dosi somministrate, hanno concluso che i rischi della vaccinazione superano enormemente i benefici. Una conclusione completamente non veritiera che è valsa il ritiro dell'articolo poco dopo una settimana dalla pubblicazione. Un errore grossolano che ha portato alle dimissioni di diversi scienziati dal board editoriale della rivista stessa e che denota ancora una volta il problema delle riviste predatorie (riviste che esistono esclusivamente al fine di generare entrate economiche dagli autori senza riguardo per la peer-review o per la qualità degli studi pubblicati) e di un certo modo di "fare" peer-review.