Attacchi di panico? Fai un bel respiro

Nove passaggi per controllare i sintomi. E le terapie disponibili
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Respiro corto, cuore che va all'impazzata, paura intesa, oppressione al petto, sensazione di stare per morire. Sono alcuni tra i tanti sintomi degli attacchi di panico che devono il loro nome al mito del Dio Pan, un essere dal corpo per metà umano e per metà caprino. Secondo la leggenda, questo Dio attaccava all’improvviso le ninfe del bosco per possederle, scatenando un terrore talmente forte da essere descritto come timor panico.

Sebbene possano essere diversi da persona a persone gli attacchi di panico sono situazioni nelle quali improvvisamente si avverte un forte terrore, una sensazione di paura intensa che inizia senza preavviso e raggiunge il picco di intensità in pochi minuti ed è accompagnata da sintomi come accelerazione del battito cardiaco, sensazione di respiro corto o di soffocamento, capogiri, vertigini, nausea, sudorazione, brividi, tremore, intorpidimento, formicolii, senso di oppressione al petto, sensazione di essere distaccati da se stessi o di estraniamento dal mondo e paura di morire.

Insorge rapidamente e dura in genere da 10 a 20 minuti, ma in casi estremi i sintomi possono durare più di un'ora. L'esperienza e gli specifici sintomi possono essere diversi da persona a persona e a volte variano nel tempo anche per la stessa persona, ma sono sempre terrificanti.

Nel disturbo di panico, gli attacchi arrivano di solito improvvisamente e senza una ragione. In altre malattie, possono essere invece scatenati da stimoli specifici. Altre condizioni in cui si verificano attacchi di panico scatenati da una specifica ragione, includono il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbo da stress acuto o post traumatico o il disturbo di ansia generalizzato. Le cause del disturbo non sono completamente note ma si ritiene che sia probabile un ruolo di fattori genetici e correlati allo stress. "I fattori che possono aumentare il rischio di sviluppare gli attacchi, per esempio, includono una storia familiare di attacchi di panico o disturbo di panico, la presenza di condizioni di forte stress, come la morte, la perdita o una grave malattia di una persona cara, un evento traumatico, come una violenza sessuale o un grave incidente, grandi cambiamenti di vita, come un divorzio o l’arrivo di un figlio, eccessiva assunzione di stimolanti come la caffeina", puntualizza Andrea Fagiolini, professore di Psichiatria e direttore del Dipartimento Salute Mentale dell’Azienda ospedaliero-universitaria Senese e direttore della UOC Psichiatria . "Le persone con disturbo di panico vivono in una condizione di allarme, con la paura persistente di avere altri attacchi, con la forte preoccupazione per le loro conseguenze e, spesso, con la necessità di evitare le situazioni che potrebbero rendere gli attacchi più imbarazzanti o severi" chiarisce il professor Fagiolini.

Le opzioni di trattamento

La malattia è in grado di compromettere severamente la qualità della vita ma, per fortuna, può essere trattata nella grande maggioranza dei casi, inclusi i casi più severi.

Il professor Fagiolini e la sua equipe affrontano in reparto i disturbi di panico essenzialmente cercando di cucire su misura su ogni paziente la terapia: "Il trattamento può prevedere una psicoterapia come la terapia cognitivo-comportamentale (CBT), che insegna a modulare i pensieri e le azioni in modo da comprendere, gestire e infine eliminare gli attacchi e la paura, o un trattamento farmacologico".

Per quanto riguarda il trattamento farmacologico l’esperto puntualizza: "I farmaci più spesso usati includono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), gli inibitori della ricaptazione della serotonina-noradrenalina (SNRI), gli antidepressivi multifunzionali, i farmaci anticonvulsivanti, le benzodiazepine. Oltre a questi trattamenti, viene sempre suggerito di cercare di modificare e rendere meno stressante lo stile di vita, mantenendo abitudini più sane e regolari possibili, iniziando un programma di esercizio fisico, rispettando i ritmi del sonno, dormendo a sufficienza e nel periodo in cui il nostro fisico ha bisogno di dormire (la notte), evitando l'uso di alcol o stimolanti, come la caffeina".

E poi molto si insiste sulla respirazione: vengono insegnati degli esercizi da ripetere a casa come racconta ancora il professor Fagiolini: "I consigli generali sugli esercizi respiratori che diamo ai nostri pazienti, dopo averli fatti provare in nostra presenza, in un momento in cui non hanno attacchi, sono questi:

1) Quando sente che sta per iniziare o è appena iniziato un attacco di panico:

2) Con il naso, inspiri in modo lento e profondo della durata di almeno 5 secondi.

3) Quindi espiri (faccia uscire l’aria) con la bocca, sempre lentamente. Tenga presente che ci vogliono alcuni giri di respirazione per rallentare il ciclo di inspirazione ed espirazione: è del tutto normale.

4) Se si trova in un luogo dove è possibile farlo, chiuda gli occhi con la successiva inspirazione.

5) Ripeta l'operazione 5 volte (tenendo gli occhi chiusi per la durata di questo esercizio, se appropriato).

6) Di nuovo, attraverso il naso, faccia un respiro profondo e lento, ma questa volta lo faccia nel corso di 7 secondi.

7) Quindi trattenga il respiro per 3 secondi prima di espirare.

8) Come prima, espiri con la bocca, ma questa volta espiri per 7 secondi.

9) Ripeta questo lento processo di inspirazione, trattenimento ed espirazione per 10 cicli o finché non inizia a sentirsi meglio.

L’esperienza del policlinico di Milano

A raccontare come si affrontano gli attacchi di panico anche l’équipe della UOC Psichiatria della Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, guidata da Paolo Brambilla, associato di Psichiatria all’ Università degli Studi di Milano & University of Texas at Houston, USA. Si opera avvalendosi di interventi di tipo ambulatoriale, con un’impostazione integrata e multidisciplinare.

"L’accesso ai servizi avviene attraverso una prima visita psichiatrica condotta da un team composto da uno psichiatra, uno specializzando in psichiatria e una psicologa, in cui si colgono le problematiche del paziente e viene deciso un trattamento individualizzato che può prevedere, a seconda della problematica, interventi a vario livello. Il percorso non è identico per tutti nella logica di una personalizzazione della terapia che tenga conto della sintomatologia, delle comorbidità e dei bisogni dei diversi pazienti", racconta la dottoressa Sara Pozzoli coordinatrice del DH.

"Dopo una valutazione e una diagnosi accurate si valuta con quale tipo di intervento procedere: farmacologico con inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), inibitori della ricaptazione della serotonina-noradrenalina (SNRI), alcuni farmaci anticonvulsivanti, basse dosi di antipsicotici atipici, benzodiazepine. Alcuni di questi farmaci per i casi più gravi ed urgenti possono essere somministrati anche in modalità endovenosa in un Day Hospital quotidiano per alcuni giorni sotto osservazione medico-infermieristica, in modo da dare una risposta più rapida ed incisiva alla sintomatologia del paziente - precisa Brambilla - puntiamo molto anche sugli interventi di psicoterapia cognitivo comportamentale, sia individuali che di gruppo. Di particolare efficacia si è rivelato l’intervento di gruppo che consiste in un adattamento del modello messo a punto da Gavin Andrews presso la Clinical Research Unit for Anxiety Disorders in Australia. Il nostro intervento prevede tecniche afferenti alla terapia cognitivo-comportamentale standard: psicoeducazione, regolazione/controllo della respirazione, rilassamento muscolare, ristrutturazione cognitiva, tecniche espositive per la riduzione degli evitamenti".

Una parte importante del tempo con i pazienti con disturbi di panico è spesa nell’insegnamento delle tecniche di regolazione della respirazione affinché il paziente ne diventi padrone.

"Ogni componente del gruppo verifica la sua frequenza respiratoria attraverso un esercizio (ognuno conta quanti respiri compie in un minuto, il conduttore da via al tempo e interrompe il conteggio). Il paziente così riconoscerà quindi se tende a iperventilare, ad andare in apnea o se ha già un ritmo di respirazione regolare e profondo", racconta ancora Pozzoli.

Un altro esercizio molto utile da fare in gruppo è l’apprendimento di una buona pratica respiratoria, lenta e profonda: "Si chiede al paziente di prendersi 10 minuti e sedersi comodamente - precisa Brambilla - effettuando ripetutamente il seguente esercizio: inspira per circa 3 secondi usando il diaframma: può essere d’aiuto mettere una mano sul petto e una sulla pancia – durante l’inspirazione la pancia si gonfia, mentre durante l’espirazione si sgonfia. Segue una espirazione per circa 3 secondi. Il paziente deve poi contare 1001-1002-1003 in ispirazione e in espirazione. Un buon ritmo prevede 10-12 respiri al minuto".

Gli attacchi di panico negli sportivi

"L'iperventilazione è un fenomeno che si manifesta spesso in situazioni di panico o forte agitazione ed è caratterizzato da fame d'aria: all'improvviso sembra di rimanerne a corto, per cui si tende a respirare in maniera sempre più veloce, superficiale e affannosa al fine di colmare questa presunta mancanza. Si genera così una riduzione di anidride carbonica nel sangue e si instaura poi una sorta di circolo vizioso nel quale ormai in preda al panico si respira sempre più affannosamente e la sensazione di respiro affannoso alimenta la tensione", spiega Mike Maric, già Campione Mondiale di Apnea nel 2004, oggi Medico Specialista, PhD e Docente all’Università di Pavia.

E' stato allenatore di respirazione e apnea di Federica Pellegrini, Filippo Magnini e molti altri campioni olimpionici, nonchè autore del libro Il potere antistress del respiro (Ed. Vallardi).

Quello degli attacchi di panico è un fenomeno ben noto ai grandi campioni dello sport: André Gomes, mezzala del Portogallo e del Barcellona ha confessato di provare disagio mentre disputa le partite. La stella dell’NBA Kevin Love ha avuto un attacco di panico durante un timeout ed è scappato negli spogliatoi, dove è stato ritrovato disteso per terra.

Federica Pellegrini nel 2008 dopo un episodio sfortunato ha cominciato ad avvertire la sensazione che in acqua sarebbe annegata; Carolina Kostner ha sperimentato gli attacchi di panico nella sua carriera. Gestire il panico è fondamentale per il campione e la persona comune come sottolinea il professor Maric: "Per gestire l’attacco di panico è bene acquisire le tecniche di respirazione e anche le tecniche di meditazione o di visualizzazione, oltre magari a al training mentale o autogeno. Di per sé la respirazione rappresenta la principale forma di autodeterminazione che l’essere umano ha, e imparare la corretta respirazione non è poi così immediato e semplice, ma indubbiamente rappresenta una percorso di crescita personale ed interiore che aiuta moltissimo".

"Personalmente reputo che fare un percorso di educazione respiratoria per imparare a gestire le proprie emozioni, le proprie paure, i diversi stati emotivi sia una chiave di volta che dovremmo cercare un po’ tutti. Controllare la respirazione diaframmatica non è da tutti eppure il solo fatto di controllare la respirazione addominale ed essere in grado di regolarizzare per esempio, il tempo tra fase di inspirazione e espirazione rappresenta un ottimo training, da ripetere 3-4 volte al giorno in modo da creare automatismi. Oggi sulla respirazione vi è proprio una scienza in quanto il livello di conoscenze mediche acquisite ci permette di “curare” le persone sotto diversi punti di vista".

Maric suggerisce infine, un training mirato per tutti coloro che vogliono lavorare sugli aspetti mentali: "Il cosiddetto 3-6-5 ha una funzione molto importante sia sul rilassamento mentale sia sulla HRV (coerenza cardiaca) al fine di migliorare la percezione dello stress e degli effetti endogeni dello stress. Il protocollo 3-6-5 suggerisce di trovare 3 momenti all’interno della propria giornata, distanziati di circa 4 ore uno dall’altro, di compiere 6 atti respiratori al minuto (5 sec di inspirazione – 5 sec di espirazione) e tenere questa frequenza respiratoria per 5 minuti. Questa modalità , allenata tutti i giorni rappresenta l’esercizio più semplice, pratico ma di grande efficacia che sia mai stato introdotto nella routine terapeutica di sportivi e non. Unico limite: la costanza!".