Amiloidosi, ecco il cocktail di farmaci che può combatterla

Pubblicati i risultati della sperimentazione clinica internazionale guidata dal Policlinico San Matteo di Pavia. Merlini: "Raddoppia la probabilità che si riesca a migliorare la funzione degli organi colpiti"   
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Un cocktail di farmaci per contrastare una delle patologie più difficili da combattere: l'amiloidosi, che attacca gli organi uno ad uno, soprattutto cuore, fegato e reni. Ora, grazie alla combinazione di farmaci individuata come possibile terapia contro la malattia, diventa sempre più concreto il traguardo di vincerla. Sono stati pubblicati sulla rivista internazionale New England Journal of Medicine i risultati della sperimentazione clinica internazionale della combinazione di daratumumab, ciclofosfamide, bortezomib e desametasone nell'amiloidosi da catene leggere (amiloidosi AL).Lo studio è stato coordinato dal professor Giampaolo Merlini, fondatore del Centro per l'Amiloidosi del Policlinico San Matteo di Pavia, e ha coinvolto più di 300 pazienti, in Nord e Sud America, in Europa, Medio Oriente e Australia.

Farmaci salvavita

I risultati hanno portato Fda (Food and drug administration, l'ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici) ed Ema (Agenzia europea per i medicinali) ad approvare il daratumumab nel trattamento dei pazienti affetti da questa malattia rara, per la quale fino ad oggi mancavano terapie con specifica indicazione.
La sperimentazione clinica si è basata in gran parte sul lavoro svolto negli anni dal Centro di Pavia e in particolare sulle ricerche del professor Giovanni Palladini, allievo di Merlini e attuale direttore del Centro, che ha messo a punto i criteri per valutare l'efficacia della terapia nei pazienti con amiloidosi AL.

"Il daratumumab in associazione a ciclofosfamide, bortezomib e desametasone è efficace nel 90% dei pazienti con amiloidosi AL, è ben tollerato e raddoppia la probabilità che si riesca a migliorare la funzione degli organi colpiti da questa temibile malattia - spiega Merlini - e diventerà un nuovo standard di cura per i pazienti con amiloidosi AL".

Trenta tipi di amiloidosi

Le amiloidosi sono un gruppo di malattie che interessano diversi organi e apparati. Si traducono in un accumulo enorme di proteine nel nostro organismo fino a formare delle fibrille. Queste ultime, accumulandosi nei tessuti e negli organi, danno luogo ad una disfunzione, visto che si tratta pure di organi importanti: cervello, cuore, fegato e tutto il sistema nervoso periferico. Organi che vengono compromessi, tanto da generare un quadro più o meno grave di queste malattie. Sono stati riconosciuti 30 diversi tipi di amiloidosi, ciascuna caratterizzata da una diversa produzione di proteine anomale. Tutte queste proteine, però, si contraddistinguono dalla colorazione rosso Congo. Infatti, per poter identificare con certezza la sostanza amiloide in un campione citologico o istologico è necessario sottoporre i preparati a questa colorazione: mentre con le comuni colorazioni di routine la sostanza amiloide appare amorfa, fibrillare e di color rosa, dopo il trattamento con rosso Congo diventa rossa brillante. Alcuni tipi di amiloidosi sono ereditari. E tra queste la più frequente è l'amiloidosi da accumulo da trasiletina. Ma ma quella più riscontrata in assoluto è l'amiloidosi AL.

La forma più comune

L'amiloidosi AL è la forma più comune e colpisce più spesso il cuore (nel 75% dei pazienti), i reni (nel 65% dei casi), il fegato (20%) e i nervi che trasmettono la sensibilità dai piedi e dalle mani e quelli che regolano la pressione arteriosa (20%). Sovente coinvolge più di un organo nello stesso paziente. Nell'amiloidosi AL, i depositi di amiloide sono formati da frammenti di anticorpi, le catene leggere, prodotti da cellule che si trovano nel midollo osseo, chiamate plasmacellule. Il daratumumab è un anticorpo monoclonale che colpisce selettivamente le plasmacellule causandone la morte. Associato alla terapia che comprende un inibitore del proteosoma, quale il bortezomib, accelera la risposta e la rende più profonda facilitando il rapido recupero della funzione degli organi colpiti.

La ricerca

Questo risultato si aggiunge ai molti traguardi raggiunti dal Centro per l'amiloidosi del San Matteo i cui ricercatori, negli anni, hanno scoperto nuovi tipi di amiloidosi, messo a punto procedure diagnostiche più affidabili, nuovi metodi per predire la prognosi e per valutare la risposta alla terapia, oltre ad avere sperimentato farmaci e schemi terapeutici sempre più potenti. Il Centro per l'Amiloidosi di Pavia è un centro di riferimento internazionale per le amiloidosi sistemiche e può mettere a disposizione dei pazienti tutte le tecnologie e gli strumenti per diagnosticare e seguire queste malattie molto complesse. Ogni anno si eseguono circa 4.000 valutazioni di pazienti affetti da amiloidosi e l'attività clinica si coniuga strettamente ai progetti di ricerca di laboratorio e alle sperimentazioni cliniche.

I sintomi

Ma quali sono i sintomi che ci devono allertare? "Inizialmente sono subdoli, perché  la patologia inizia in modo silente e strisciante, colpendo lentamente tessuti e organi che vengono coinvolti - spiegano i ricercatori - . Per cui, se sussiste un maggior coinvolgimento cardiaco ne nascerà una dispnea, la comparsa degli edemi periferici, con conseguente sensazione di fiato corto, astenia, debolezza muscolari. In in altri casi invece il coinvolgimento è di tipo neurologico, e quindi compariranno sintomi legati alla neuropatia: parestesie, sensazioni di freddo, mancanza di forza agli arti inferiori, perdita di peso, febbre tutti sintomi molto generici e variabili che dipendono anche dal tipo di amiloidosi e del tipo di organo coinvolto. Inoltre può nascere anche un'insufficienza renale con presenza di schiuma e di proteine nelle urine".

Gli esami da fare

Se si sospetta un'amiloidosi quali esami bisogna fare? Bisogna ricercare se ci sono alterazioni di tipo ematologico, nel caso della alterazione AL, oppure indagare se ce ne sia una di tipo genetico, in particolare nelle amiloidosi da transiletina. Ci sono poi degli esami specifici: immunofissazione nel siero e nelle urine, dosaggio delle catene leggere libere nel siero, alcuni parametri di biomarcatori cardiaci come la Pro Bnt e la Tropoina indice del danno cardiologico, indice della funzione renale, ovvero tutto quello che serve per la diagnosi delle malattie renali: azotemia, creatinina, esame delle urine e la proteinuria delle 24ore per capire quale sia l'organo maggiormente coinvolto. Nelle forme neurologiche è richiesta l'elettromiografia, che serve a capire esattamente quale tipo di patologia sia in atto.

Il network della cura: 62 centri in Italia

Contro l'amiloidosi sono 62 i centri che operano in Italia, un network che collabora come centro di riferimento delle malattie rare, cioè malattie non molto frequenti ma che non hanno un'incidenza poi così bassa, se calcoliamo che i casi trattati sono circa 800 all'anno. Inoltre, nella regione Lazio esiste un registro dedicato a queste  malattie. "La ragione dell'interscambio risiede nel fatto che ogni centro è specializzato nel settore neurologico piuttosto che in quello cardiologico - spiegano gli ospedali del network - . In più, la cosa importante è che tutti applicano dei protocolli terapeutici condivisi a beneficio dei pazienti".

Un evento online il 16 luglio

Si svolgerà online, dalle ore 16.00 del 16 luglio, il nuovo appuntamento “AmyTour. Pazienti e medici dialogano sull'amiloidosi” organizzato da OMaR-Osservatorio Malattie Rare in collaborazione con fAMY Onlus e con il contributo non condizionato di Alnylam, Pfizer e Sobi. Il progetto, giunto al suo quarto anno di vita, sarà l’occasione per comprendere come migliorare gli aspetti più critici nella gestione della patologia con lo strumento della telemedicina. Nel corso dell'incontro online i clinici saranno a disposizione per rispondere alle domande che gli verranno rivolte dai partecipanti.