Vaccino epatite C, grazie a Covid arriverà in 5 anni

Oggi i farmaci consentono di eradicare il virus HCV, ma molti pazienti non sono raggiunti dalla terapia. Il vaccino consentirà invece di non ammalarsi. L'annuncio del Nobel Houghton
3 minuti di lettura

Un vaccino contro l'epatite C entro cinque anni, grazie alla ricerca su Covid. A fare l'annuncio è il premio Nobel che ha scoperto il virus nel 1989, Michael Houghton. Insieme ai colleghi del Li Ka Shing Applied Virology Institute dell'University of Alberta, in Canada, sta testando un ricombinante in grado di indurre una produzione di anticorpi neutralizzanti, rendendo così più difficile al virus a Rna la possibilità di sfuggire alla risposta immunitaria. E anche se servirà ancora del tempo prima che arrivi sul mercato - la sperimentazione umana di fase 1 inizierà il prossimo anno - non c'è dubbio che potrebbe avere un ruolo fondamentale nel raggiungere l'obiettivo che si è prefissata l'Organizzazione mondiale della sanità: eradicare il virus entro il 2030. Strada sulla quale siamo già avviati grazie ai farmaci che oggi permettono l'eradicazione del virus HCV e quindi la guarigione dalla malattia.

Il professor Houghton ha presentato il suo progetto di ricerca in occasione del Congresso europeo di microbiologia clinica e malattie infettive, aprendo una nuova, importantissima, frontiera preventiva: sono stati identificati sei diversi genotipi di hepacavirus (HCV) che aggrediscono le cellule del fegato e reagiscono diversamente alle terapie antivirali mentre l'uso di immunoglobuline non si è mostrato efficace. Ad aver messo il turbo al progetto sono tutti gli studi che si sono svolti, e si stanno svolgendo, sul vaccino Covid, a partire dalle nuove tecnologie a Rna in grado di riprodurre risposte immunitarie protettive attraverso la vaccinazione, come Pfizer e Moderna, e quelle sugli adenovirus di AstraZeneca e Johnson & Johnson.

Il lancio per la popolazione a rischio

L'arrivo degli antivirali ad azione diretta per curare l'epatite C "ha fornito un'arma enorme per invertire la tendenza su questa pandemia, non c'è dubbio che sia necessario un vaccino per aiutare il mondo a raggiungere il suo ambizioso obiettivo di ridurre i casi del 90% e i tassi di mortalità del 65% entro il 2030", spiega il virologo. Se la sicurezza e l'efficacia verranno dimostrati nei tempi previsti, "il lancio del vaccino per la popolazione ad alto rischio potrebbe iniziare nel 2026. Stiamo parlando degli operatori sanitari, di persone che hanno avuto rapporti sessuali a rischio così come i bambini nati da madri con epatite C in tutti i paesi del mondo". Il tutto con un notevole vantaggio economico: "20 milioni di dollari spesi in vaccini farebbero risparmiare un miliardo in cure per proteggere la stessa popolazione".

"L'Italia ha avuto il triste primato di essere uno dei paesi con più alta prevalenza dell'infezione da HCV in Europa - spiega Loreta Kondili, ricercatrice dell'Istituto Superiore di Sanità  - nel 2016 si collocava al primo posto per il tasso più alto di mortalità da epatiti virali, con 38 morti per milione di abitanti. Prima dell'arrivo dei farmaci antivirali ad azione diretta, ogni anno in Italia si riportavano più di 20 mila decessi dovuti a complicanze, quali la cirrosi e il cancro del fegato. La diffusione dell'epatite C è stata correlata alle trasfusioni di sangue infetto e soprattutto all'utilizzo di siringhe di vetro non sterilizzate negli anni 50 e 60. Un'altra ondata fu legata allo scambio di siringhe tra tossicodipendenti, all'utilizzo di aghi non monouso per i trattamenti estetici o interventi chirurgici negli anni 80 e 90 e la maggior parte ora è asintomatica, ancora ignara di aver contratto l'infezione: se ne stimano 280-300 mila casi, di cui 80 mila a causa di tatuaggi o piercing".

L'arrivo del vaccino "sarà sicuramente un grande successo. Un'innovazione che garantirà quello che oggi rimane punto dolente, ovvero la nuova infezione e o reinfezione delle popolazioni chiave", commenta la dottoressa Kondili. "Raggiungere gli obiettivi di eliminazione dell'Oms dipenderà dalla nostra capacità di individuare i gruppi vulnerabili fornendo cure e assistenza in modo completo, appropriato ed equo. Al momento, la terapia antivirale, che garantisce una cura rapida di qualche settimana e senza effetti collaterali, agisce anche come mezzo di prevenzione, abbassando la circolazione del virus e la sua trasmissione, quindi le nuove infezioni e reinfezioni. La realizzazione del piano di eliminazione rappresenta un importante paradigma di sviluppo e modernità di sistemi sanitari e l'arrivo in 5 anni di un vaccino contro l'infezione da epatite C, utilizzando l'innovazione nel campo vaccinale contro il coronavirus, rappresenterà un vero coronamento della strategia di eliminazione del virus.

Il diritto di non ammalarsi

La pandemia da Covid-19 quindi in questo caso non solo non è stata un ostacolo, ma uno stimolo: la prevenzione, punto centrale nella gestione del virus, deve tornare protagonista nella salute pubblica per altre malattie ed epidemie silenti con gravi conseguenze sulla salute pubblica. Una vita senza epatite C è oggi un obiettivo raggiungibile: l'uso dei farmaci ha introdotto "il diritto a guarire" mentre l'implementazione di un vaccino darà "il diritto di non ammalarsi"".