Coming out, come farlo in famiglia superando i pregiudizi

Raccontare della propria sessualità diversa rispetto a quanto si aspettano i genitori è una cosa difficile e per molti angosciante. I consigli della psicologa Paola Biondi che da anni aiuta genitori e figli Lgbt+
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DEPRESSIONE, abbandono scolastico, abuso di sostanze: le conseguenze del rifiuto di un coming out in famiglia, per gli adolescenti Lgbt+ (acronimo di Lesbica, gay, bisessuale, transgender con il + che dà il senso di prosecuzione), possono arrivare fino al suicidio. Ma anche per i genitori l’omofobia ha effetti negativi sulla salute. “Si chiudono e il loro dolore diventa depressione, ansia”, racconta Paola Biondi, psicologa, psicoterapeuta e cofondatrice di CEST - Centro Salute Trans e Gender Variant, un'associazione che si occupa di diritti e salute delle persone transgender e fa parte della Commissione Pari Opportunità dell'Ordine degli psicologi. “Non riescono più a dormire, pensano in continuazione a quello che hanno scoperto o saputo, a come è stato possibile che ciò sia avvenuto, alle loro responsabilità e presunte colpe”, spiega Biondi, che da anni aiuta genitori e figli Lgbt+ a superare pregiudizi inutili. 

Quando una figlia o un figlio fa coming out, i genitori ricorrono allo psicologo per capire se è solo una “fase transitoria” della sua vita: cosa mostra questa reazione?

"Le famiglie fanno molta fatica nell'accogliere figli e figlie diversi dalle loro aspettative. Ancora oggi fattori culturali, religiosi, sociali o specifici della storia familiare tendono ad omologare e normare generi e sessualità considerando come validi solo identità di genere conformi al sesso assegnato alla nascita (cisgender) e all’orientamento eterosessuale. Anche se a livello teorico i genitori hanno una mentalità aperta e si dimostrano 'tolleranti' verso queste realtà, quando riguarda i propri figli o figlie la loro percezione cambia completamente.  Pensare che, poiché adolescente, l’omosessualità o la transessualità sia solo una fase passeggera li tranquillizza e permette loro di vivere con minore angoscia questa rivelazione.In adolescenza è naturale sperimentare la propria sessualità e affettività, ma una cosa sono i comportamenti sessuali, altro sono gli orientamenti sessuali o la propria identità di genere. Non si tratta di episodi, di esplorazione, di indecisione o di 'riti di passaggio'. Anche la bisessualità, per esempio, è un orientamento stabile e solo in alcuni casi è una fase transitoria verso l'accettazione della propria omosessualità".

Quando si parla di omosessualità, bisessualità e transessualità, c’è chi usa ancora espressioni come “scelte sessuali”, 'inclinazione', 'tendenza', 'gusto'. Che cosa insegna la letteratura scientifica a riguardo?

"La letteratura scientifica non utilizza mai questi termini ma usa 'orientamento sessuale' e 'identità di genere'. Considerando omosessualità e transessualismo fenomeni minoritari che si discostano da una norma statistica, la letteratura ha indagato su eventuali fattori che potessero influenzarli. Diverse teorie sono state esplorate e diverse ipotesi, ma senza arrivare ad un'unica conclusione. Stupisce che la curiosità su possibili cause si sia fermata solo su questo tipo di orientamento e identità di genere, non su eterosessualità e cisgenderismo. Eppure, anche questi ultimi rientrano nelle stesse identiche categorie".

Una cosa che non sempre è chiara nei media è se omosessuale, bisessuale o transessuale si nasce o si "diventa". Cosa ci dice la scienza?
"Sono state esplorate molte teorie negli anni: lo stress intenso (Ward e Weisz), il gene gay - Xq28 (Hamer, Bailey, Sanders), la reazione immunitaria H-Y (Blanchard), il mantenimento della fertilità femminile (Ciani), fattore epigenetico (Baltimora). E questo solo restando in ambito biologico.Per quanto riguarda l'ambito psicologico o psichiatrico è famosa la teoria dell'inversione sessuale di Westphal o dei tratti del viso di Lombroso, ma anche l'ipotesi di bisessualità di Freud che si è sempre rifiutato di 'convertire' persone gay e già a suo tempo ha dichiarato che l'omosessualità non può essere classificata come una malattia. Diciamo che la fantasia dei ricercatori ha ampiamente coperto ogni aspettativa, sebbene - come per l'eterosessualità e cisgenderismo - non ci siano prove che questi aspetti siano congeniti né che si possano acquisire nel tempo. Semplicemente si è gay, lesbica, bisessuale, eterosessuale, cisgender, trans".

Quali sono le difficoltà che incontrano ancora oggi i genitori che scoprono l’omosessualità o la transessualità dei propri figli?
"Alcuni reagiscono con rabbia feroce e con violenza verbale, raramente fisica. Altri si chiudono e il loro dolore diventa depressione, ansia. Non riescono più a dormire, pensano in continuazione a quello che hanno scoperto o saputo, a come è stato possibile che ciò sia avvenuto, alle loro responsabilità e colpe. È frequente che i genitori pensino di essere stati loro la causa e questo li getta in una profonda sofferenza. Perché pensano che essere omosessuali o trans sia qualcosa di sbagliato, peccaminoso, negativo e nel contempo di aver contribuito alla creazione di questa realtà con il loro comportamento, con il loro modo di educare. Entrano in un loop di pensieri ricorrenti e persistenti per cercare di capire come sia stato possibile che questo sia successo proprio a loro. A volte attribuiscono la responsabilità a fattori esterni: qualche amico/a troppo libertino/a, quello che passa in tv, la scuola che apre a seminari in cui si parla di queste cose, qualche libro trovato chissà dove, internet che è il male assoluto, addirittura la fantasia di abusi sessuali da parte di sconosciuti. Niente di tutto questo può incidere sull'orientamento sessuale di una persona o sulla sua identità di genere".  

Come possono quindi superare queste incomprensioni?

"I genitori hanno diritto di essere ascoltati e compresi, di avere uno spazio personale in cui possono sentirsi liberi di dire anche cose che potrebbero ferire, di esplorare i propri dubbi e difficoltà, di scendere in profondità nel loro dolore. E di essere aiutati a capire che non c'è niente di male se hanno un figlio o una figlia omosessuale o trans. Vanno aiutati a smontare pezzo per pezzo i loro pregiudizi e stereotipi, le loro paure, spesso basate solo sul sentito dire o su fantasie prive di fondamento. È utile che comprendano quanto sia importante per il figlio o figlia il loro sostegno e appoggio pieno, la loro accettazione totale e non condizionata. Perché possono essere i primi alleati per le battaglie che dovranno combattere in un mondo che non li riconosce, non ritiene valide le loro vite e identità, non considera i loro bisogni né tutela i loro diritti".

Tra i più giovani c’è chi pensa di fare coming out solo quando sarà indipendente da un punto di vista economico: c’è un momento “giusto” per dichiararsi in famiglia?

"Nel lavoro che faccio con persone che stanno pianificando il proprio coming out spesso si esplora insieme la specifica situazione familiare. È utile analizzare e tenere presente quali sono le risorse e gli ostacoli, quali le persone che possono sostenere questo processo, quali le possibili reazioni e vie di uscita. Il fattore economico è fondamentale in tutto questo: perché - sebbene sia estremamente faticoso e dannoso doversi nascondere - fare coming out può comportare degli effetti piuttosto pesanti. Immaginiamo di aver fatto coming out in famiglia e di venire privati di cellulari, internet, di essere privati della libertà di uscire di casa, di frequentare amici. Ma soprattutto di essere costretti a vivere ancora in quel contesto rifiutante e violento".

Quale tra le due possibilità è quella migliore?

"Il coming out, soprattutto in famiglia, è un processo. A volte lento, fatto di indizi lasciati quasi per caso, di frasi buttate lì sul tavolo, di commenti mentre si guarda la tv. Di alleanze con altri parenti che possono intercedere nel caso occorra, di una rete amicale che possa sostenere anche e soprattutto i nostri dubbi, di riformulazioni infinite del discorso che vorremmo fare".

C’è chi ancora oggi teme di deludere le aspettative dei genitori. Alcuni pensano: “Non lo accetteranno mai”, oppure “Mio padre potrebbe avere un infarto”. Come bisogna dirlo?

"Ogni persona vive il coming out in modo differente. E diverse sono le famiglie in cui le persone nascono e crescono. I timori sono più che legittimi: spesso ci si trova incastrati in una relazione ambivalente, a volte ci sono anche dei ricatti emotivi. E tante persone evitano di essere se stesse per paura di ferire i propri genitori o per paura di perdere il loro affetto, la loro vicinanza.
Ogni persona ha il sacrosanto diritto di scegliere se e quando fare coming out e con chi. Ogni giorno, perché non c'è un solo coming out nella vita. A volte ci si trova di fronte ad un bivio, forse uno dei più difficili nella propria vita: scelgo me stessa e pretendo un amore che mi rende libera e vera o scelgo altre persone che vogliono amarmi solo se fingo di essere un'altra?"

Che conseguenze ha sui figli il rifiuto da parte della famiglia di accettare il loro orientamento sessuale o l’identità di genere?

"La letteratura scientifica internazionale su questo è concorde nell'evidenziare l'impatto dannoso delle reazioni negative di persone significative come i genitori al coming out di un figlio o figlia. Le conseguenze negative delle reazioni di rifiuto da parte dei genitori spaziano dalla depressione all'abuso di sostanze fino, in alcuni casi estremi, al suicidio. Al contrario, una famiglia solidale, positiva e supportiva favorisce una condizione di salute psicologica positiva avendo come esiti bassi livelli di stigma sessuale interiorizzato, depressione e idealizzazione suicidaria e alto livello di sostegno sociale e autostima. Il rifiuto dei genitori, soprattutto al momento del coming out, è un forte evento negativo che può influenzare tutti gli aspetti della vita di adolescenti ed è fondamentale capire a cosa è dovuta questa reazione e come sostenere l'intera famiglia nel processo di riadattamento dopo la condivisione di questo aspetto".