Covid, la corsa al test per gli anticorpi. Ma sono davvero utili?

I laboratori privati sono stati presi d’assalto. Ma quali sono gli esami affidabili e soprattutto cosa svelano? Le spiegazioni del virologo Carlo Federico Perno
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IL PRIMO dice: "Io sono a quota 318, tu invece quanti ne hai?". E l’altro gli risponde: "Molti di più, 2.420. Sono ben tutelato". Si confrontano sugli anticorpi i due amici. E si riferiscono alla 'dotazione' personale, quasi quasi vantandosene come di un merito acquisito. Ma in epoca Covid e di vaccini, dialoghi del genere sono all’ordine del giorno. Il fatto è che, ormai, in tutti è maturata la convinzione che chi più ne ha, sta meglio messo. Nel senso che la protezione raggiunta grazie al vaccino è direttamente proporzionale al numero di anticorpi guadagnati dopo la somministrazione. Vero o falso? Ci si può fidare di queste cifre, piccole o grandi che siano, per cantar vittoria o, al contrario, per sprofondare nel buco nero dell’ansia da deficit, immunitario ovviamente?

Intanto, la corsa alla verifica anticorpale è iniziata da un pezzo, da quando la metà degli italiani che ha già completato il ciclo vaccinale chiede conto dello scudo raggiunto. I laboratori privati sono stati letteralmente presi d’assalto (e di certo non se ne rammaricano) da migliaia di vaccinati. Un fenomeno che non riguarda solo la nostra Penisola, ma tutto il mondo. A partire dagli States dove, lo rileva il New York Times, sono decine di milioni gli americani vaccinati contro il coronavirus. E tutti a sottoporsi al test. Ma prima di entrare nel merito, il professor Carlo Federico Perno, direttore di Microbiologia e Virologia al Bambino Gesù di Roma, sgombra il campo dagli equivoci: “Sugli anticorpi è necessario fare chiarezza, anche perché quelli prodotti dall’infezione non sono necessariamente gli stessi prodotti dalla vaccinazione”.

E le immunoglobuline, che ruolo hanno?
"Immunoglobuline e anticorpi in questo contesto sono sinonimi. La distinzione tra immunoglobuline M e G, molto di moda, è inutile da un punto di vista diagnostico e vaccinale".

La prima matassa da sbrogliare è dunque quella degli anticorpi da cercare e con quale obiettivo.

"Come per tutte le malattie, anche per il Covid-19, gli anticorpi sono specifici. In questo caso, il riferimento è per due grandi tipi: gli anti-N e gli anti-S. I primi rivelano se si è stati infettati dal virus (e non forniscono alcuna risposta sulla protezione raggiunta). E in caso di vaccinazione essi non dovrebbero esserci”.

Quindi gli anti-N sono da escludere per mitigare l’ansia dei vaccinati?

“Certamente. Ben più importanti e, un po’ pù esaurienti in un’ottica di valutazione della protezione, sono gli anti S. Loro si sviluppano dopo la vaccinazione, da soli (cioè senza gli anti-N), mentre invece compaiono insieme agli anti-N, in quei soggetti che l’infezione l’hanno già avuta. Se dunque si vuol sapere se il sistema immunitario ha ingaggiato la sua guerra contro il virus, vanno cercati gli anticorpi anti-S”.

A questo punto si apre un altro capitolo: gli esami di laboratorio a cui sottoporsi e la loro risposta a seconda delle metodiche utilizzate.

“Come per tutte le analisi, anche per i vari test anticorpali prodotti da diverse aziende esistono standard di riferimento, ma non necessariamente omogenei tra loro. Per intenderci, un test elaborato da un’azienda potrebbe non corrispondere a quello di un’altra casa produttrice. Vuol dire che per fare paragoni si dovrebbe usare sempre lo stesso esame di riferimento e della stessa azienda per ottenere un risultato attendibile. Di recente è stato messo a punto un sistema di standardizzazione della quantità di anticorpi che servirebbe a normalizzare i valori ottenuti da diversi test di diverse aziende. Si chiama Bau”. Valuteremo la sua utilità nella pratica.

Gli anticorpi rappresentano l’unica arma attraverso cui il sistema immunitario combatte il virus? E potremmo davvero sentirci protetti qualora il titolo anticorpale, cioè la quantità numerica di anti-S, fosse molto elevato?

“Anche qui occorre chiarire. Probabilmente protetti sì in caso di valore anticorpale molto elevato, ma quel che vale oggi non è scontato che valga tra sei mesi o tra un anno. E questo perché il tasso di anticorpi è dinamico, dunque tende a cambiare nel tempo. Non abbiamo elementi di certezza, anche perché gli anticorpi, da immaginare come soldati di una guarnigione, non rappresentano il vero avversario del virus. Il reale nemico del virus si identifica nelle “cellule della memoria”, che vengono stimolate al contatto con il SARS-CoV-2 (o con il vaccino) e che coordinano l’intero sistema immunitario nella lotta contro il virus (utilizzando anche gli anticorpi)”.

Ma il vaccino non lo hanno concepito e realizzato per produrre anticorpi?

“Non solo. Esso è stato messo a punto proprio perché produca una risposta immunitaria valida, coordinata dalle cellule della memoria contro il virus. Quando queste ultime lo incontrano, arrivano gli anticorpi, insieme ad altre difese immunitarie altrettanto importanti che non misuriamo valutando la quantità di anticorpi. Per questo, anche un titolo anticorpale piuttosto basso non vuol dire che siamo indifesi rispetto al Covid. Di contro, è ragionevole pensare che, in linea di massima, quando è alto potremmo sentirci tutelati. E perciò, per valutare il grado di protezione dovremmo cercare le cellule della memoria. Purtroppo però, il test per identificarle è sofisticato e non può essere prescritto a tutti, anche perché viene effettuato solo in alcuni laboratori e da esperti qualificati. Comunque, andare a contare gli anti-S può andare bene in certe circostanze, purché il risultato ottenuto venga letto da chi ne ha la competenza, e interpretato in modo corretto”.

Insomma, il test per gli anticorpi ha un’utilità molto relativa e non da risposte definitive. E per gli immunodepressi?

“Per loro, come ad esempio per i trapiantati, per i pazienti in terapie oncologiche-ematologiche e per i grandi anziani, il test anticorpale anti-S può essere alquanto utile. Permette infatti di capire se il vaccino ha attecchito, e quindi se ha dato un certo grado di protezione. Può succedere, in queste persone fragili, che non ci siano proprio anticorpi, anche dopo due dosi di vaccino, E in tal caso, queste persone dovrebbero continuare a rispettare i rigidi criteri di protezione, perché rimangono a rischio di infezione e di conseguenze gravi”.

Ultimo dubbio: per chi ha fede nel test anticorpale, quando andrebbe effettuato?

“Sempre considerando i limiti suddetti, il test andrebbe fatto solo dopo la somministrazione della seconda dose del vaccino. Successivamente alla prima è del tutto inutile, perché qualsiasi fosse il risultato emerso non esprimerebbe la situazione reale. Sarebbe un dato fuorviante, buono solo a far disperare senza motivo chi venisse etichettato come negativo”.