Smart working: gli effetti sulla salute del cuore

Ci ha fatto bene o male lavorare da casa? Risponde il direttore dell'UOC di Cardiologia dell'Ospedale San Filippo Neri di Roma
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La tempesta pandemica ha imposto modifiche radicali nelle attività lavorative di larga parte della popolazione occidentale. Il lavoro da casa (Home Working), o telelavoro (Smart Working), sono diventati una realtà per milioni di persone. Questa nuova condizione ci ha trovato largamente impreparati ed ha determinato profondi cambiamenti nelle abitudini e nello stile di vita di gran parte dei lavoratori.

Diversi studi clinici, condotti da importanti istituzioni scientifiche internazionali, dimostrano che il lavoro da casa può determinare cambiamenti significativi e potenzialmente sfavorevoli negli indici di salute generale. Questo è ancor più evidente per la salute cardiovascolare.

Aumento di peso

Le rilevazioni condotte su migliaia di lavoratori costretti al cosiddetto Smart Working mostrano, infatti, che il lavoro domestico si associa, almeno nel 60-80% dei casi, ad una consistente riduzione dell’attività fisica ed all’assunzione di pasti con più elevato contenuto calorico. Il risultato è un incremento del peso corporeo medio ed un significativo aumento dell’incidenza di tutti gli indici di obesità

Umore

Anche altri aspetti assumono, tuttavia, particolare significato. Nei fatti, le nuove modalità lavorative portano ad una riduzione delle interazioni sociali ed al frequente deterioramento della qualità di comunicazione con i colleghi di lavoro, anche per la possibile inadeguatezza dei mezzi tecnici a disposizione, lamentata in oltre il 60% dei casi. Ne deriva una frequente depressione degli indici relativi del tono generale dell’umore (almeno 60% dei casi), combinata con la difficoltà a conciliare le attività domestiche con il lavoro, soprattutto in presenza di figli conviventi in età infantile. A conferma di quanto riportato, viene pure segnalato un incremento del consumo di sigarette ed altri prodotti del tabacco.

Prestazioni

Per quanto riguarda poi il “lavoro” in sé, si deve rilevare che spesso, soprattutto in grandi società o nel pubblico impiego, la qualità complessiva della prestazione lavorativa viene percepita dai lavoratori come inferiore agli standard abituali pre-pandemici, anche per effetto delle possibili “distrazioni” derivanti dall’ambiente domestico o per le mediocri prestazioni delle attrezzature a disposizione.

Risulta infine, che tutti i problemi sopra descritti sono più frequenti e di maggiore rilievo nei lavoratori con livelli di istruzione e retribuzione più bassi e, soprattutto, di maggiore impatto nelle donne rispetto agli uomini.

Lo scenario brevemente descritto emerge con forza da un consistente numero di studi clinici, concordi nel delineare un effetto complessivo non pienamente favorevole del lavoro “da casa” sul benessere psico-fisico dei lavoratori.

Per quanto riguarda i lavoratori portatori di fattori di rischio cardiovascolare, come ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, diabete mellito, il confinamento domestico ha determinato effetti non favorevoli. In molti non hanno avuto accesso ai controlli clinici programmati e ridotto o sospeso parte della terapia farmacologica, come confermato dalla consistente riduzione del consumo di farmaci per l’apparato cardiovascolare segnalato per il 2020 da Farmindustria.

In definitiva, il lavoro “da casa” può portare in molti casi ad un possibile deterioramento del profilo di rischio cardiovascolare. Il singolo lavoratore è più insoddisfatto, fuma di più, si muove meno e vede crescere il proprio peso corporeo. Se poi ha qualche problema di salute cardiovascolare, purtroppo, sembra gestirlo decisamente meno bene di prima.

Dove ci porterà tutto questo

Nel 2020, il totale dei decessi è il più alto mai registrato nel nostro Paese dal secondo dopoguerra: 746.146 decessi, oltre 100 mila in più rispetto alla media degli anni 2015-2019 (dati ufficiali ISTAT di marzo 2021). Il 70% circa di morti in eccesso rispetto al passato è attribuibile con ragionevole certezza al COVID-19; il restante 30% può essere spiegato come mortalità derivante da casi COVID non diagnosticati, ma anche, in parte significativa, da decessi riconducibili ad altre patologie non-COVID gestite in modo inadeguato nella fase pandemica (infarto miocardico, ictus, scompenso cardiaco, gravi forme di cancro).

Impatto della pandemia e scenari futuri

In effetti, le premesse non sono rassicuranti. Come detto, gli indicatori generali di salute in chi lavora da casa mostrano elementi critici. Questo ci parta a dover prevedere delle campagne di sensibilizzazione, informazione e formazione. Il lavoratore a distanza deve essere correttamente informato, deve comprendere rischi e benefici derivanti da una modalità di lavoro decisamente diversa rispetto al passato.