Il commento

Il futuro della sanità : "Quello che ci saremmo aspettati dal Piano per la Sanità. E che non c'è"

Nel Pnrr la salute è l’ultima missione per investimento previsto, 15,63 miliardi. L'allarme di Cittadinanzattiva
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* Segretaria generale di Cittadinanzattiva

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) non è la soluzione a tutti i mali del nostro Paese e neanche la nostra ultima occasione, approcci entrambi presenti nel dibattito di queste settimane e ugualmente rischiosi.

Fatta questa premessa generale, per chi come Cittadinanzattiva ha un focus di interesse particolare sulla salute, ci si sarebbe potuti aspettare dal Piano un investimento senza precedenti, dopo anni e anni di sottrazione di fondi sulla sanità pubblica e considerato che il Piano è la risposta a una crisi prima di tutto sanitaria. Senza tralasciare la constatazione che, a partire dall'anno 2022, le previsioni di spesa del Fondo sanitario nazionale, quindi la spesa sanitaria corrente, decrescono a un tasso medio annuo dello 0.7 per cento, mentre nel medesimo arco temporale il Pil crescerebbe in media del 4,2 per cento.

Inoltre, a fronte di un'attesa riduzione dell'impatto della pandemia Covid, un'altra emergenza riguarderà la sanità italiana, quella delle cure mancate, vale a dire della prevenzione, delle diagnosi, dell'assistenza, del follow up, bloccati o fortemente rallentati dall'inizio della pandemia e che si vanno ad aggiungere ai problemi, nell'accesso in particolare, che il Servizio sanitario nazionale già presentava.

In realtà, nel Piano nazionale di ripresa e resilienza la salute è l'ultima missione per investimento previsto, 15,63 miliardi, che saranno utilizzati fondamentalmente per potenziare l'assistenza sanitaria territoriale e finanziare innovazione, ricerca e digitalizzazione del Servizio sanitario nazionale.

Ma proviamo a fare un esperimento di riallocazione: spostiamo dal totale previsto la cifra di 1,71 miliardi di euro per la digitalizzazione dei Dea di I e II livello e la cifra di 1,67 miliardi destinati al rafforzamento dell'infrastruttura tecnologica e degli strumenti per la raccolta dati, che avrebbero potuto a buon motivo essere classificati fra i fondi previsti per la innovazione e la digitalizzazione, quindi nella missione 1 del Pnrr. E spostiamo anche l'investimento di 1,64 miliardi previsto per "un ospedale sicuro e sostenibile", soldi che avrebbero potuto a buon motivo essere inclusi nella riqualificazione degli edifici pubblici, quindi nella missione 2. Scendiamo, per tutto il resto che riguarda la salute, a poco più di quei 9 miliardi previsti nella prima ipotesi di allocazione dei fondi del Piano, contro la quale anche Cittadinanzattiva non mancò di levare gli scudi.

Forse questa è una provocazione, e gli ambiti dell'innovazione e della digitalizzazione e della efficienza delle strutture sono sicuramente alcuni punti di criticità su cui occorreva investire. Ma altri punti di criticità dichiarati nell'analisi di contesto del Piano non ricevono risposte adeguate in termini di investimenti previsti. Mancano interventi strutturati in materia di prevenzione.

Non c'è nulla che rappresenti una prima risposta alla questione dei rischi ambientali, climatici e sanitari. Si fa poco i conti con il problema più rilevante mostrato dalla pandemia, che è l'investimento sul personale, a partire dalla sua carenza, e dalla sua formazione e qualificazione. Come rispondere, per esempio, al ridimensionamento della medicina generale, considerato che nel 2027 i medici di medicina generale saranno il 16% in meno degli attuali?

Il timore, inoltre, è che il Piano accolga un'interpretazione del tema dell'assistenza territoriale, pure da tutti richiesta e auspicata, e anche dell'assistenza ospedaliera che privilegia gli spazi alle reti, che investe sulle strutture piuttosto che sulle competenze.

Ci sono altre tre questioni che, vista l'attenzione sugli spazi che il Piano pone, vanno monitorate con grande attenzione: la prima è che il tema dell'assistenza domiciliare, della casa come uno dei luoghi privilegiati dell'assistenza, è una grande acquisizione ma deve essere messo in relazione all'inclusione e all'empowerment dei cittadini curati a domicilio, per non rischiare di aprire a forme nuove di isolamento. E anche qui occorre la garanzia che la riorganizzazione regga oltre il Pnrr, con la dotazione di fondi ordinaria; altrimenti, come è accaduto per gli ospedali a suo tempo, si rischia di dismettere ciò che c'è senza garantire ciò che ancora non c'è. Il secondo è dislocare gli spazi di salute in modo equo su tutto il territorio nazionale, rafforzando le aree deboli del Paese e tenendo conto della natura dei territori e non soltanto di una logica aritmetica che guarda, per esempio, al numero di abitanti.

Questo deve valere anche per gli IRCCS, gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, rispetto ai quali bisognerebbe affrontare il tema della loro collocazione, essendocene in tutto il Sud Italia soltanto nove tra pubblici e privati convenzionati. Il terzo è evitare di fare investimenti sulla costruzione di nuove strutture, cosa pure prevista per le Case di comunità, e far sì che i fondi siano impiegati soltanto per la qualificazione e la sicurezza, usando semmai tutte quelle strutture, anche ospedaliere, disponibili che nel tempo sono state dismesse.

Insomma, occorre considerare gli spazi che il Piano privilegia non come fine dell'intervento e degli investimenti previsti, ma quali punti di accesso per un'offerta continuativa e integrata di salute e come nodi di reti sociali e sanitarie, fisiche e digitali.