Allergie: più cambia il clima più mi cola il naso

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Temperature anomale e aumento dell’anidride carbonica nell’aria inaspriscono le allergie. Colpa dello sconvolgimento delle stagioni che allunga e mischia le fioriture
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NON BASTAVANO lo scioglimento dei ghiacciai, l'avanzamento dei deserti, no. Il clima che cambia impatta anche, direttamente, sulla salute umana: oltre ad aumentare il rischio di soffrire di stress da calore, malnutrizione, diarrea e malaria - come ha certificato l'Oms, secondo cui tra il 2030 e il 2050 si registreranno circa 250mila decessi l'anno in più per queste malattie proprio a causa dei cambiamenti climatici - può innescare, e sta innescando, anche un inasprimento delle allergie stagionali. Che vuol dire più nasi che colano, più occhi che lacrimano, più mucose che si irritano, più problemi respiratori.

A certificare il fenomeno è, tra gli altri, uno studio pubblicato sui "Proceedings of the National Academy of Sciences", firmato da un'équipe di scienziati della School of Biological Science alla University of Utah. Ma già altri lavori, in precedenza, avevano fatto notare come le temperature più alte e la maggiore concentrazione di anidride carbonica fossero correlate a una più elevata dispersione di polline nell'aria, e quindi, a cascata, a un peggioramento delle sindromi allergiche.

Tuttavia, tutte le osservazioni compiute fino a questo momento riguardavano scale spaziali relativamente piccole, della dimensione di mini serre o al massimo di regioni molto confinate: il nuovo studio, invece, è il primo ad affrontare il problema su scala continentale, come ha spiegato William Anderegg, uno degli autori. "Il nostro lavoro mostra esplicitamente - ha detto - che esiste una connessione molto ampia, dal punto di vista spaziale, tra la concentrazione dei pollini e il cambiamento climatico di origine antropica".

Per scoprirlo, gli autori hanno usato i dati raccolti da 60 stazioni per il monitoraggio del polline sparse negli Stati Uniti e nel Canada, e hanno incrociato queste serie storiche con le informazioni su temperatura e umidità, servendosi di oltre venti diversi modelli climatici. In questo modo hanno evidenziato che il cambiamento climatico, da solo, contribuisce almeno per la metà al fenomeno dell'allungamento delle stagioni del polline e per l'8% circa all'aumento del polline nell'aria. Inoltre, il trend è più marcato nelle regioni più calde, ed è in continua accelerazione, di pari passo con l'alterazione del clima.

Sta succedendo lo stesso anche dalle nostre parti, come conferma Emma Tedeschini, presidente dell'Associazione italiana di aerobiologia e docente all'Università di Perugia: "In generale, le piante sono sincronizzate con la temperatura - spiega - e dunque, quando le temperature si discostano di molto dalle medie stagionali, si osserva puntualmente un'anomalia nei fenomeni di pollinazione". Prendiamo per esempio le piante allergeniche a fioritura invernale, come cipresso, nocciolo, ontano e ligustro: "Questi vegetali - continua Tedeschini - sono abituati a fiorire con il freddo, quando la temperatura scende al di sotto di una certa soglia. Il problema è che quando le oscillazioni di temperatura sono eccessive e imprevedibili, cosa che succede sempre più frequentemente, la liberazione del polline avviene in modo anomalo, anziché graduale, e si verificano picchi improvvisi ed esagerati e decrescite altrettanto veloci".

Insomma, anziché poco alla volta, il polline si libera nell'aria all'improvviso, in gran quantità, e i soggetti allergici ne avvertono più pesantemente i sintomi, che tipicamente si protraggono fino al picco successivo. Il risultato è, nel complesso, un prolungamento della stagione allergica e una maggiore severità della sintomatologia.

Nulla di buono, insomma, anche perché "con l'arrivo della primavera - dice Tedeschini - fioriscono le essenze erbacee, tra cui la parietaria e le graminaceae, oltre alla betulla e ai carpini; poi le oleaceae, frassino e olivo, i cui pollini sono fortemente allergizzanti. E anche in questo caso le follie del clima modificano la curva di emissione pollinica, inducendo significativi slittamenti nell'inizio e nella durata della intensità dei picchi di pollinazione".

Come se non bastasse, c'è anche da considerare l'effetto sinergico dell'inquinamento atmosferico che, oltre a promuovere il cambiamento climatico (e quindi, indirettamente, peggiorare le condizioni dei soggetti allergici), ha anche una conseguenza più diretta e immediata. "A contatto con gli inquinanti atmosferici - conclude Tedeschini - il polline li trasporta sulla sua superficie, e nel contempo può subire la modifica di alcune proteine superficiali, diventando di fatto ancora più aggressivo nei confronti delle mucose dei soggetti sensibili".