Covid, se il politico si mette a fare lo scienziato

Se manca la formazione, il rischio è dare al cittadino informazioni errate
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A QUALE scienziato dobbiamo credere quando gli scienziati hanno interpretazioni diverse dello stesso evento? Quando si tratta di intendersi sull’evoluzione di una pandemia ed a diverse interpretazioni conseguono diversi e contrastanti provvedimenti circa le misure di contenimento da prendere? E’ materia già difficile per il cittadino che vuole capire e fare la sua parte  ma  diventa un vero campo minato quando  politici senza formazione scientifica si mettono a fare gli scienziati. Un’invasione di campo che in genere complica maledettamente la risoluzione dei problemi.

Chiariamo subito  che non solo è lecito ma è doveroso esprimere da parte dei  politici opinioni su quello che dicono gli scienziati. Questi, se davvero lo sono, sanno  che le loro opinioni, specie in materia di nuovi accadimenti, sono sempre oggetto di verifica, confermabili o confutabili.  Il coronavirus è un nano-micromondo sempre ricco di sorprese, per lo più spiacevoli, e questa pandemia ci rivela ogni giorno cose nuove ed inaspettate. Come ha sostenuto in una recente trasmissione televisiva il professor Vespignani, le opinioni degli scienziati che se ne occupano sono diverse e fluide come lo è la materia che studiano e su cui sono chiamati ad informare e consigliare gli stessi politici ai quali spetta valutare e decidere. Come spesso accade, è probabile che frammenti di momentanea verità siano distribuiti su più tavoli. Un politico può benissimo affidarsi per la sua attività, a certi pezzi di queste verità piuttosto che ad altri per sostenere le sue azioni per combattere il virus e contribuire a fermare l’epidemia.

Quello però che non può e non dovrebbe mai fare è attaccare direttamente e strumentalmente lo scienziato e la sua professionalità, magari perché gli pare che le sue opinioni e le prove che ne porta a sostegno possano danneggiare la sua parte politica. Il bersaglio diventa non l’opinione ma la persona, i suoi crediti scientifici. In maniera tanto maliziosa quanto erronea, se ne prende una caratteristica del suo mestiere che può sembrare al pubblico molto lontana dalla materia in discussione e la si usa per screditare la sua opinione. 

Veniamo al punto specifico: qual è lo scopo di un importante politico qualificare pubblicamente con la parola 'zanzarologo', uno scienziato di chiara fama che ha dato proprio su questa pandemia, contributi di ricerca e di interventi di altissimo livello? 

Evidentemente, è quello di ingenerare nel pubblico l’idea che chi si occupa di zanzare non abbia le conoscenze per occuparsi di questa pandemia. Adesso si dà il caso che il collega in questione si occupa , ed assai bene,  di zanzare per combattere, guarda un po', le epidemie di malaria, una malattia che fa dieci milioni di morti ogni anno e che esiste perché esistono certe zanzare. Un collega che viene da una scuola di eminenti microbiologi ed epidemiologi quale in particolare è stato il suo maestro, il compianto Mario Coluzzi. Le sapeva queste cose il politico? Assumo sempre la buona fede, credo quindi non le sapesse e non le sapesse neanche chi l’aveva informato se non ispirato. Mettere la scienza come materia di agonismo politico può avere solo una nefasta conseguenza: ingannare l’opinione pubblica, ingenerando peraltro l’ideache la scienza sia fatta in realtà da una serie di opinioni aventi più o meno tutte la stessa rappresentatività. lo stesso valore.

Ho imparato, leggendo un articolo del filosofo e fisico francese Etienne Klein, apparso qualche tempo fa su Vita e Pensiero, cosa sia il l’ultracrepidarismo, un neologismo costruito su una locuzione latina “Sutor, ne supra crepidam”, cioè a dire “Ciabattino, non andare oltre le scarpe”, un antesignano assai più elegante  dell’attuale romanesco “nun t’allargà”. Denota, per lo scrittore, la diffusa tendenza a parlare con sicurezza di quello che non si conosce. Sempre disdicevole ma francamente insopportabile quando lo si fa solo per tentare di gettare ombre sulla professionalità dell’interlocutore. Questa pandemia sta da un anno portando lutti e devastazioni in tutto il mondo, è una cosa maledettamente seria, che tanti, compreso scienziati, medici e politici, stanno combattendo  senza essere ancora certi di poterne uscire. ‘E necessario che ognuno faccia al meglio la sua parte, l’ultracrepidarismo non dovrebbe essere consentito.

Antonio Cassone è membro dell’American Academy of Microbiology

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