Alimentazione

Da Londra a Wall Street, il boom del latte d'avena

Oatly, una piccola azienda svedese, sta per ricevere un valore di 10 miliardi di dollari alla borsa di New York. E negli ultimi vent'anni in Gran Bretagna il consumo di latte bovino è calato del 30 per cento.
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LONDRA – “Oat decaf flat white”. Se entrate in una delle tante caffetterie all’italiana di Londra, da Starbucks a Caffè Nero, da Costa Cafè a Pret a Manger, questa è una delle ordinazioni più frequenti che vi capiterà di ascoltare. Dietro la formula apparentemente arcana per iniziati si cela una delle tante varianti del caffè e del cappuccino diventate di moda specialmente tra i Millennials: significa una micro schiuma con espresso decaffeinato su latte d’avena. Vale la pena di prestare particolare attenzione a quest’ultimo. Il latte d’avena sta vivendo un boom prodigioso.

Lo testimonia il successo di Oatly, una delle sue marche più affermate, fino a non molto tempo fa prodotto di nicchia di una piccola azienda alimentare svedese. Nel febbraio scorso aveva sorpreso i consumatori americani con uno spot durante l’intervallo del Super Bowl, la finale del campionato professionistico di football americano, l’avvenimento televisivo più seguito dell’anno negli Usa e quello con le più costose interruzioni pubblicitarie: “wow, no cow”, niente mucche, cantava il suo amministratore delegato nella breve reclame, suonando il pianoforte in un campo appunto privo di bovini. Nei prossimi mesi si presenterà a una platea differente, ma non meno importante, con una quotazione alla borsa di Wall Street che potrebbe attribuirle un valore di 10 miliardi di dollari.

Chiaramente, Oatly non è più un brand di nicchia. Nel 2021, nonostante la pandemia, si aspetta di raddoppiare il fatturato rispetto all’anno precedente chiudendo a quota 800 milioni di dollari. E il suo Ceo Toni Petersson dice al Financial Times che si tratta soltanto della “primissima fase di ascesa della curva”: entro cinque anni si aspetta una crescita ancora più consistente. Oatly è già il latte d’avena più venduto negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Svezia e Germania, e ha aiutato il latte d’avena in generale, incluso quello di altre marche, a superare il latte di soia come secondo tipo di latte ricavato da piante più venduto negli Usa dopo il latte di mandorla.

Il fenomeno ha uno sviluppo analogo in Europa e anche qui si può citare un caso londinese: durante il lockdown, molti ristoranti di Upper Street, nel quartiere di Islington della capitale, hanno cominciato a regalare a chi compra cibo da asporto (l’unico consentito durante le restrizioni contro il Covid) confezioni di mousse al pistacchio della Alpro, una marca di latte d’avena di proprietà del gruppo alimentare Danone, che sta a sua volta conquistando rapidamente ampie fette di mercato.

Del resto da tempo nei supermercati del Regno Unito si può comprare una grande varietà di “latte alternativo”: ricavato da avena, soia, mandorla, cocco, riso, noci e perfino piselli. Negli ultimi vent’anni, tra i consumatori britannici il consumo di latte bovino è calato del 30 per cento e tra i giovani fra i 16 e i 28 anni ormai circa la metà preferiscono latte ricavato da derivati vegetali.

In passato, per più di un secolo il latte di mucca veniva dato da bere ai bambini a scuola per completare il sostegno nutritivo. La svolta verso il latte ricavato da piante nell’ultimo decennio ha varie motivazioni: alcuni lo bevono per difendere l’ambiente, visti i danni causati dagli allevamenti di bovini; altri lo scelgono a causa di allergie e intolleranze al latte di mucca; altri ancora in risposta al movimento a favore di prodotti con meno grassi animali.  

L’American Academy of Pediatrics, associazione che riunisce i medici pediatri degli Usa, afferma che la maggior parte dei bambini al di sotto dei cinque anni dovrebbe bere latte di mucca, perché il latte ricavato dalle piante non ha gli elementi nutritivi necessari allo sviluppo, con l’eccezione del latte di soia, che contiene tutti gli aminoacidi essenziali e quasi la stessa quantità di proteine. La competizione fra i due tipi di latte, quello animale e quello vegetale, sta tuttavia trasformando entrambi i settori. Gli allevamenti di bovini hanno cominciato ad adottare condizioni migliori per le mucche e a considerare metodi per limitare i danni ambientali. L’industria del latte bovino fa più attenzione ai grassi animali, offrendo sempre più formule “low fat”, a basso tasso di grassi. D’altra parte, molte marche di latte vegetale fortificano i loro prodotti in modo da offrire più calcio.

In generale i nutrizionisti ricordano che: il latte di soia è un’ottima alternativa per le proteine; quello di cocco contiene grassi saturati considerati benefici; e quello di avena può aiutare ad abbassare il colesterolo. Come che sia, quando si tornerà a viaggiare dopo la pandemia e tornerete a Londra, ricordatevi che cos’è un “oat decaf flat white” quando entrate in un caffè.