Covid, l'Aifa valuta ivermectina e colchicina contro il virus

Il primo è un antiparassitario, l'altro si usa contro la gotta. Esame in tempi brevi
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IN AMERICA LATINA l’ivermectina è così popolare che esiste addirittura un mercato nero per procurarsela. In Italia si trova solo sotto forma di crema per la pelle, ma centinaia di richieste stanno arrivando alle farmacie di San Marino dove si troverebbe anche la versione in pastiglie. Si tratta di un farmaco vermifugo (per esempio si usa contro i pidocchi), molto economico, che ha dimostrato di avere proprietà antivirali, soprattutto se utilizzato contro i virus a Rna come quello di Covid-19. In tutto il mondo si stanno conducendo una cinquantina di studi clinici sul suo potenziale effetto terapeutico contro il coronavirus. E i risultati sono incoraggianti, ma non ancora definitivi. Stessa cosa si può dire per la colchicina, che ridurrebbe i rischi di complicazioni e aggravamento della malattia.

 

Tutto è iniziato in Italia. Sono stati alcuni ricercatori italiani, come Eloise Mastrangelo, dell’Istituto di Biofisica del Cnr, ad accorgersi per primi che questa molecola riusciva a inibire la replicazione di alcuni virus – Zika, influenza, Hiv – nella loro cellula ospite. "Una decina di anni fa abbiamo brevettato questo nuovo uso dell’ivermectina come antivirale, ma poi il brevetto è decaduto purtroppo, per mancanza di fondi. Allora non interessava a nessuno", spiega con rammarico Mastrangelo.

Su questo antiparassitario puntano in tanti. Il virologo Andrew Hill, dell’università di Liverpool, ha completato sul suo utilizzo una meta-analisi, commissionata dall’Oms, di undici trial clinici controllati e randomizzati, condotti soprattutto in America Latina. In tutto sono coinvolti circa 1.500 pazienti e i primi risultati sono più che incoraggianti.

Lo studior sarà pubblicato a breve e nel frattempo Hill informa che il farmaco ridurrebbe dell’80% la mortalità di soggetti Covid positivi ricoverati in ospedale. Inoltre, i malati si libererebbero dei sintomi in metà tempo, rispetto a chi non ha assunto ivermectina, con conseguente riduzione dei tempi di ospedalizzazione.

Un altro studio, dell’Istituto per la Salute Globale di Barcellona, suggerisce che l’uso del farmaco nei primi stadi della malattia possa ridurre anche la carica virale. Ma è lo stesso professor Hill a calmare facili entusiasmi, dopo le delusioni del Remdesivir e dell’Idrossiclorochina: servono più dati prima di affermare di aver trovato una terapia contro il Covid.

"Un’altra meta-analisi è stata eseguita su 28 studi e 12.000 pazienti e sembra promettente – aggiunge la dottoressa Mastrangelo - Ha concluso che l’ivermectina si dimostra particolarmente efficace anche come profilassi e nei primi stadi della malattia. Meno invece nelle fasi avanzate. Le basi scientifiche ci sono, adesso bisogna fare più sperimentazioni, anche per capire l’esatto meccanismo con cui il vermifugo è in grado di fermare il virus".

Altri studi stanno arrivando. Tra questi anche quello del dottor Bruno Cacopardo, primario del reparto Malattie Infettive dell’Ospedale Garibaldi Nesima di Catania, che ha sottoposto alcuni pazienti a profilassi con questa molecola.

Siamo stati, anche in questo caso, i primi al mondo a pensare alla colchicina. Aifa aveva dato il via libera alla sperimentazione clinica lo scorso aprile, ma a oggi non ci sono ancora risultati.

“Abbiamo incontrato difficoltà enormi e purtroppo siamo rimasti indietro – ammette Roberto Gerli, professore di Reumatologia dell’università degli Studi di Perugia e coordinatore dello studio – Per quanto riguarda il protocollo ospedaliero abbiamo arruolato solo 157 pazienti, su 308 previsti. A metà abbiamo dato la colchicina e l’altra metà è stata curata con farmaci standard. Stiamo analizzando adesso le cartelle cliniche. Il protocollo domiciliare, invece, è partito solo in questi giorni, principalmente in Umbria, Lazio e Lombardia, e coinvolge i medici di base. I pazienti ricevono il farmaco a domicilio, prendono tre mezze compresse al giorno (1 milligrammo e mezzo) per una settimana e poi riducono a 1 milligrammo. Sono fiducioso che avremo presto dei riscontri, i medici che hanno aderito lo hanno fatto con entusiasmo”. 

A fornire risultati promettenti è stato uno studio canadese del Montreal Heart Institute (Mhi) che ha reclutato 4.500 pazienti domiciliari anche in Usa, Europa e Sud America. L’uso del farmaco nei soggetti positivi ha ridotto del 25% l’ospedalizzazione, del 50% la necessità di ventilazione meccanica e del 44% la mortalità. "Questo è il primo farmaco orale al mondo il cui uso potrebbe avere un impatto significativo nel prevenire le complicazioni del Covid-19 – ha dichiarato l’autore dello studio Jean-Claude Tardif, direttore dell’Mhi – La colchicina è efficacia nel prevenire la pericolosa tempesta di citochine, la fase acuta, e in questo modo riduce gli effetti severi della malattia".

Il professor Gerli esprime un entusiasmo moderato, in attesa di dati più certi: "Sarebbe davvero una svolta. Molto economica e facile da somministrare, la colchicina, farmaco vecchissimo che conosciamo bene, ha un solo effetto collaterale: la diarrea. Ma bilanciando il dosaggio anche questo viene tenuto sotto controllo".