Coronavirus e varianti: perché ritardare la seconda dose può essere rischioso

La strategia migliore sarebbe stata quella di ridurre la circolazione del virus quanto più possibile e procedere poi a una vaccinazione di massa. Come ha fatto Israele
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Ogni giorno milioni di persone in tutto il mondo stanno ricevendo la prima dose di un vaccino Covid-19. In alcuni paesi, tra cui il Regno Unito, milioni di persone aspetteranno fino a 12 settimane prima di ricevere la seconda dose. Vaccinare quante più persone è possibile con le dosi iniziali prima di passare a quella successiva (anche a costo di non iniettare la seconda dose nei tempi previsti) secondo alcuni è il modo più veloce per sviluppare un buon livello di protezione tra la popolazione.

Ma alcuni esperti temono che questa strategia possa avere delle conseguenze preoccupanti e non facilmente calcolabili. "L’avvio di un regime vaccinale parzialmente efficace al culmine di un'epidemia virale così diffusa non è una grande idea se uno degli obiettivi è evitare la resistenza al vaccino", ha dichiarato a The Scientist Paul Bieniasz, virologo della Rockefeller University. Secondo l’esperto, c’è la possibilità che le persone in attesa della seconda dose possano avere un livello di immunità subottimale che esercita una "pressione selettiva" sul virus. Se qualcuno dovesse essere infettato durante l'intervallo tra le due dosi, quella pressione potrebbe consentire l'emergere di una mutazione del Sars-CoV-2 in grado di aggirare la risposta immunitaria di una persona, una cosiddetta "variante di fuga". Qualsiasi variante di questo tipo potrebbe potenzialmente innescare un'ondata completamente nuova e devastante di infezioni e morti.

 

Secondo i ricercatori è quasi impossibile sapere se ciò accadrà, anche se storicamente i casi di resistenza ai vaccini in evoluzione della patologia sono rari. L’immunologo Anthony Fauci, consigliere medico del presidente Joe Biden per il Covid-19, ha dichiarato il mese scorso in un incontro virtuale del World Economic Forum che ritardare la seconda dose di un vaccino Covid-19 potrebbe aumentare la probabilità che emerga una variante di fuga. Anche i consiglieri scientifici del governo britannico hanno considerato questa possibilità. In un documento pubblicato il mese scorso, hanno scritto, "a breve termine, ci si aspetta che ritardare la seconda dose aumenti in qualche modo la probabilità di insorgenza di resistenza al vaccino".

Ma quantificare il rischio è quasi impossibile. “Ogni volta che il virus si replica - spiega Björn Meyer, virologo presso l'Istituto Pasteur di Parigi - c'è la possibilità che possa mutare in una forma più trasmissibile o più mortale. In un singolo individuo, le probabilità che ciò accada sono incredibilmente piccole, ma il quadro cambia se si considera che decine di milioni di persone stanno attualmente aspettando la loro seconda dose”.

Quasi tutti i vaccini in uso al momento richiedono due dosi: Pfizer/BioNTech, Oxford/AstraZeneca, Moderna, il russo Sputnik V e Sinopharm. Meyer aggiunge che la seconda dose di richiamo ha l'effetto di aumentare la quantità di anticorpi nel sangue delle persone, ma migliora anche la maturazione dell'affinità perchè i linfociti B producono anticorpi che sono particolarmente efficaci nel legarsi al virus e nel bloccare l'infezione. “È possibile che, se una seconda dose dovesse essere ritarata oltre il periodo raccomandato dal produttore, i livelli di anticorpi potrebbero diminuire gradualmente e fornire un ambiente adatto per l'emergere di varianti di fuga”, afferma Angela Rasmussen, virologo presso il Center for Global Health Science and Security della Georgetown University. Purtroppo, è impossibile prevedere se ciò accadrà perché gli studi clinici sui vaccini Covid-19 non forniscono dati su come cambia la loro efficacia quando una seconda dose viene somministrata sei settimane o più tardi dopo la prima dose.

 

In generale, la resistenza ai vaccini tra i patogeni è rara. Ad esempio, i vaccini sono riusciti a tenere a bada il virus del morbillo altamente infettivo da quando le vaccinazioni furono introdotte per la prima volta negli anni '60. E Meyer osserva che, sebbene sia noto che i virus influenzali mutino rapidamente, in genere non si ritiene che le loro numerose varianti si siano evolute come risultato dei programmi di vaccinazione. In un articolo pubblicato su Proceedings of the Royal Society B, Andrew Read della Penn State, un esperto di genetica evolutiva dei patogeni infettivi, sostiene che i vaccini potrebbero avere meno probabilità di causare una resistenza ai patogeni perché agiscono velocemente per prevenire le infezioni e la trasmissione. Inoltre, i vaccini inducono anche un'ampia varietà di risposte immunitarie, dalla neutralizzazione degli anticorpi all'attivazione delle cellule T e B. È difficile per un virus superare una tale varietà di meccanismi di risposta immunitaria che lavorano tutti all'unisono.

Tuttavia, ciò non significa che sia impossibile. Il virus dell'epatite B sembrava sviluppare resistenza ai vaccini ricombinanti negli anni '80. Probabilmente solo alcune mutazioni hanno portato alla comparsa di una variante di fuga. In modo rassicurante, gli autori di una revisione del 2015 sulle varianti dell'epatite B scrivono: "Nonostante la preoccupazione, attualmente l'impatto complessivo delle mutazioni indotte dal vaccino sembra essere basso e non rappresenta una minaccia per la salute pubblica né la necessità di modificare i programmi vaccinali".

 

Cosa sappiamo al momento sulla risposta immunitaria innescata dalla prima dose? Alcuni dati sembrano suggerire che gli attuali vaccini Covid-19 potrebbero effettivamente ridurre la trasmissione e che ritardare la seconda dose non comporti un calo significativo dell'immunità. Uno studio pubblicato qualche giorno fa come preprint su The Lancet ha esaminato i dati dei partecipanti alla sperimentazione del vaccino Oxford/AstraZeneca. L'analisi degli autori su 88 partecipanti allo studio ha rilevato che l'efficacia del vaccino, in termini di riduzione dell'infezione sintomatica, ha raggiunto il 76% tra 22 e 90 giorni dopo una singola dose. “Ciò potrebbe indicare che esiste in realtà un rischio piuttosto basso di un’immunità subottimale derivante da una sola dose di un vaccino”, afferma Lucy Walker dell'University College di Londra. "Un'efficacia del vaccino del 76% è una risposta adeguata e non sarebbe considerata immunità parziale se si trattasse di altri vaccini", dice l’esperta. Inoltre, c'è stata anche una riduzione del 54% dei test positivi al Covid-19 in un diverso sottogruppo di 500 partecipanti allo studio che hanno ricevuto entrambe le dosi. Ciò potrebbe significare che il vaccino è in grado di ridurre la trasmissione e, quindi, anche il rischio che emergano varianti di fuga.

Prudenza, ma senza perdere tempo

"Anche se questa sarebbe una notizia estremamente gradita, abbiamo bisogno di più dati prima di poterla confermare, ed è quindi importante che tutti noi continuiamo ancora a seguire le regole di distanziamento sociale dopo esserci vaccinati", ha dichiarato a The Scientist Doug Brown, direttore della British Society for Immunology. E secondo l'immunologo Akiko Iwasaki dell'Università di Yale coloro che gestiscono programmi di vaccinazione dovrebbero soppesare i vantaggi dell'utilizzo di vaccini per salvare vite umane, rispetto all’ipotetica probabilità che varianti di fuga possano causare il caos.

“La variante britannica, ad esempio, è più trasmissibile. Molte persone moriranno per questo se non vacciniamo adesso - dice Iwasaki - se una dose incoraggia o meno le varianti, è ancora un argomento teorico". L’arma migliore, in attesa di maggiori dati, resta il distanziamento, come conferma Paul Bieniasz: “L’approccio ideale sarebbe usare interventi come il distanziamento sociale per limitare la trasmissione virale prima di distribuire i vaccini, per evitare il rischio di stimolare varianti di fuga”. Insomma, ridurre la circolazione del virus il più possibile e poi dare il via a una massiccia campagna di vaccinazione, come ha fatto Israele.