Covid, la Cina sperimenta i tamponi rettali

Avviata una campagna per pazienti ad alto rischio: Pechino li considera più affidabili per ridurre i fasli positivi. Ma la letturatura scientifica non conferma
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POTREBBE sembrare una fake news, di quelle per riderci un po’ su. Iinvece, i tamponi rettali sono una cosa seria e sembrerebbe che la Cina li stia già utilizzando come metodo per rintracciare i positivi. La notizia è stata data dal quotidiano di Stato Global Times secondo il quale il test sarebbe riservato alle persone residenti nelle aree con casi di positività accertata, e dunque a più elevato rischio di contagio, oltre che agli ospiti delle strutture per la quarantena. L’ipotesi è che siano più affidabili e possano contribuire a ridurre i falsi negativi. Ma è davvero così? Come funzionano? E soprattutto arriveranno anche in Italia?

 

Probabilmente in vista delle celebrazioni del Capodanno cinese che inizieranno il prossimo 12 febbraio, la Cina ha iniziato una campagna di screening, soprattutto per chi è rientrato dall'estero per contenere la minaccia del "virus importato". A Pechino sono iniziati controlli a tappeto su due milioni di residenti dopo l'individuazione di alcuni casi di "variante inglese", mentre prosegue la campagna vaccinale, che punta a coprire 50 milioni di persone prima delle vacanze per il nuovo anno. Il test sarebbe già stato impiegato per i passeggeri in arrivo all'aeroporto di Pechino, nei centri per la quarantena e su un gruppo di oltre mille studenti ed insegnanti per i quali si temeva l'esposizione al virus.

Come si esegue

Le autorità sanitarie cinesi non avrebbero intenzione di fare un uso esteso della pratica del tampone anale, come avviene per gli altri tipi di tamponi, perché giudicata "sconveniente". Il test, infatti, prevede l'inserimento nel retto di un tampone di 2,5-5 centimetri, che viene poi testato per verificare la presenza del virus. “Il prelievo - spiega Paolo D’Ancona, medico epidemiologo specialista in Malattie infettive all'Istituto superiore di Sanità - si effettua con lo stesso tipo di tampone utilizzato per quello naso-faringeo, ma è più corto, cosa che può renderlo meno fastidioso anche se forse più imbarazzante e quindi proprio per questo forse meno accettabile dalle persone”. A parte la fase del prelievo, la procedura utilizzata per l’analisi del campione è la Pcr, cioè quella dei test molecolari.

 

Li Tongzeng, direttore associato del reparto di malattie infettive e respiratorie dello You'an Hospital a Pechino, ha spiegato alla Central Chinese Television che alcuni studi dimostrano che il coronavirus sopravvive più a lungo nell'ano e nelle feci rispetto a quanto faccia nella gola e nella cavità nasale: nel tratto respiratorio di alcuni pazienti potrebbe non essere più rintracciabile già dopo 3-5 giorni. Questo test viene ritenuto più accurato per identificare la malattia nelle persone che presentano sintomi lievi o sono asintomatiche. E’ davvero così? “In questo momento - prosegue l’esperto dell’Iss - non c’è letteratura scientifica sufficiente per poter affermare che questi test siano più affidabili. E’ un territorio da esplorare anche se i vantaggi non sembrano così evidenti visto che i tamponi molecolari oro-nasofaringei sono già molto sensibili”.  

 

La moltiplicazione del virus

Ma allora perché in Cina si cavalca la tesi della maggiore accuratezza del tampone anale? In realtà, da tempo si sa che il Sars-CoV-2 si moltiplica anche nel tratto intestinale, tanto che l'analisi delle acque di scarico viene utilizzata per rintracciare le aree a più alta propagazione del virus. Non solo: “I prelievi rettali non sono una novità assoluta”, spiega D’Ancona. Già ad aprile si studiava la possibilità di utilizzarli per la diagnosi del Covid perché si era iniziato a cercare il virus ovunque incluse le lacrime e le feci e si notò proprio che la persistenza del virus nelle feci era particolarmente prolungata”.

 

La questione dei falsi negativi

Quindi, anche soggetti che risultavano negativi al tampone naso-faringeo esaminato con Pcr continuavano ad essere invece positivi alle indagini effettuate per identificare il virus nelle feci. “Questa diversità negli esiti - prosegue l’esperto - aveva destato preoccupazione perché si temeva che le persone continuassero ad emettere virus per tanto tempo. In realtà, non si è mai dimostrato che la trasmissione fecale avesse un ruolo perché sappiamo che il virus si trasmette per via aerea”. Può essere allora uno strumento che riduce il rischio di falsi negativi? “No, perché il metodo di analisi è lo stesso che si utilizza per il prelievo naso-faringeo, cioè la Pcr. Quindi non si tratta neppure di un test rapido”.

 

Positività e contagiosità

Resta da capire se chi risulta negativo al tampone naso-faringeo ma positivo a quello rettale sia contagioso o meno. “Non ci sono prove a sufficienza del fatto che un paziente che non ha ormai più tracce del virus nelle vie aeree sia ancora contagioso e possa trasmetterlo ad altri”, chiarisce D’Ancona. In effetti, proprio il fatto che i test risultino positivi per tantissimo tempo induce a pensare che non si tratta di una buona misura della contagiosità di una persona. “Attualmente - prosegue l’esperto - in Italia una persona in buone condizioni dopo 21 giorni di malattia viene considerato praticamente guarito indipendentemente dal risultato del tampone e infatti può interrompere l’isolamento perché ha una possibilità bassissima di essere contagioso”. Ma allora a che serve un test che rintraccia il virus nelle feci dando un risultato di positività più a lungo se poi in fin dei conti non si è più contagiosi?

 

Dalla Cina all’Europa

Intanto, mentre su Tik Tok, Instagram, Twitter e altri social l’ironia non si placa e un video che mostra come viene eseguito il tampone anale su un manichino sta diventando virale sui social, la gente si chiede se il tampone rettale arriverà anche in Italia. “In questo momento - chiarisce D’Ancona - non ci sono raccomandazioni. Lo European Centre for Disease control non si è pronunciato e comunque prima che un test del genere arrivi ad una fase di utilizzo deve accumulare maggiore letteratura scientifica e passeranno dei mesi. Al momento è un punto di partenza che apre ad una serie di studi per capirne validità e vantaggi un po’ come sta accadendo per il test salivare di cui si parla già da mesi ma che non è ancora disponibile su vasta scala”.