Covid: perché servono subito gli anticorpi monoclonali

Covid: perché servono subito gli anticorpi monoclonali
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"Non mi sembra questo il momento di perdere del tempo, quando Germania, Stati Uniti e Canada li hanno già: Aifa approvi i monoclonali già  in commercio": parola di Walter Ricciardi, il consulente speciale del ministero per l'emergenza Covid. Perché di monoclonali ce ne sono diversi, alcuni già in commercio dientati famosi per aver curato l'ex presidente Usa Donald TRum e quelli in sperimentazione, con il nostro Rino Rappuoli in prima fila.

E il fatto è che oggi i tedeschi, primi in Europa, potranno presto beneficiare di quegli anticorpi monoclonali contro il SARS-CoV-2, alcuni dei quali erano parte del trattamento per COVID-19 somministrato all’ex-presidente Trump lo scorso ottobre durante il suo ricovero al Walter Reed Hospital. Si tratta di una terapia sperimentale non ancora autorizzata dall’agenzia europea per i medicinali (EMA), neppure per l’uso solo in casi di emergenza, e di cui Berlino avrebbe acquistato dalle due aziende produttrici 200 mila dosi con una spesa di 400 milioni di euro, come ha annunciato il ministro della salute Jens Spahn. L’ok è arrivato dall’autorità sanitaria tedesca Paul Ehrlich Institute (PIE), secondo cui gli anticorpi potranno essere utilizzati per impedire la progressione della malattia nei pazienti con Covid-19 asintomatico ad alto rischio.

Gli anticorpi monoclonali sono farmaci biologici già ampiamente impiegati in clinica nel trattamento di patologie oncologiche, ematologiche e autoimmuni per la loro funzione antitumorale, antinfiammatoria e immunosoppressiva. Ne abbiamo parlato con chi li conosce bene, il professor Carlo Selmi responsabile di Reumatologia e Immunologia Clinica dell’’IRCCS Humanitas Research Hospital e docente di Humanitas University, oggi al lavoro anche sulle potenzialità anti-Covid-19 dei farmaci biologici già utilizzati nell’Artrite Reumatoide e altre malattie autoimmuni, per spegnere l’infiammazione nei pazienti gravi con la sindrome da rilascio di citochine.

“Oltre all’immunizzazione attiva data dai vaccini, questi farmaci sono le altre nostre armi attuali contro il Covid-19. Gli anticorpi monoclonali riempiono un vuoto nella gamma di strategie a nostra disposizione. Circa il 10-14% di chi presenta un’infezione lieve svilupperà il Covid-19 in forma grave: la progressione può essere impedita dagli anticorpi monoclonali”.

Il ruolo della proteina Spike

Quelli allo studio sono anticorpi prodotti in laboratorio e del tutto simili a quelli prodotti dall’organismo in seguito all’infezione, cui si affiancano. Riconoscono e si legano alla proteina spike che costituisce la corona del virus e usata per entrare nelle cellule, bloccandone l’ingresso e neutralizzandolo. Hanno quindi una doppia funzione terapeutica e profilattica, garantendo una protezione dai 2 ai 4 mesi. Il vantaggio rispetto a quelli naturali è che gli anticorpi monoclonali vengono costruiti per dirigersi selettivamente contro un determinato antigene, le proteine di superficie tipiche di quel virus o di quel batterio che vogliamo combattere.

L'efficacia solo in caso di forme lievi o moderate della malattia

L’effetto benefico degli anticorpi monoclonali nella prevenzione della progressione della malattia è dimostrato in alcuni studi condotti in vivo e su pazienti. Gli studi fin qui condotti ne mostrano l’efficacia solo in caso di malattia nelle forme lieve e moderata.

“Inutili quando il paziente si è già aggravato” dice Carlo Selmi. I dati appena apparsi sul New England Journal of Medicine mostrano che “riducono la carica virale, impedendo così la progressione della malattia, e che sulla sicurezza i dati sono rassicuranti. Hanno una breve emivita, in 2-3 settimane non ce n’è più traccia nell’organismo, non hanno alcuna azione immunosoppressiva e possono proteggere anche chi non può vaccinarsi come gli immunodepressi o coloro nei quali il vaccino non fa effetto. Ma vanno somministrati a poche ore dalla positività del tampone, a distanza di oltre 10 giorni non ha molto senso. Richiedono una sola infusione e assicurano piuttosto rapidamente la protezione, ma il paziente va tenuto sotto osservazione un paio di ore”.

Le aziende che hanno prodotto le molecole poi acquistate dalla Germania

Le molecole in fase più avanzata di sperimentazione, acquistate dalla Germania, sono state messe a punto da due aziende statunitensi, la Regeneron Pharmaceutical e la Eli Lilly. Il REGN-COV2 è un cocktail di due anticorpi monoclonali, chiamati casirivimab e imdevimab, prodotto dalla Regeneron, che può ridurre notevolmente la carica virale nelle vie aeree superiori e inferiori e diminuire le sequele patologiche indotte dal virus. Il bamlanivimab, realizzato dall'azienda biotech canadese AbCellera con Eli Lilly, determina una moderata riduzione dei sintomi e dei ricoveri. Lo scorso novembre, la Food and Drug Administration (FDA) americana ha rilasciato l’autorizzazione al loro uso di emergenza. Il via libera dell’EMA, invece, ancora non è arrivato.

I nuovi anticorpi monoclonali allo studio

A breve partirà uno studio clinico randomizzato, supportato finanziariamente da AIFA, volto a verificare l’efficacia terapeutica degli anticorpi della Lilly e di Regeneron. La ricerca di nuovi anticorpi monoclonali è però “indispensabile”, spiega Carlo Selmi. Sono molte le molecole allo studio. Sono già in fase di sperimentazione clinica AZD7442, combinazione di due anticorpi ad azione prolungata derivati dal plasma di convalescenti, di AstraZeneca; il VIR-7831 di Vir Biotechnology e GlaxoSmithKline; l'anakinra di Sobi, inibitore dell’Interleuchina-1 (IL-1) nato per il trattamento dell’Artrite Reumatoide e per altre patologie infiammatorie.

Non ancora in sperimentazione clinica ABBV-47D11 della Abbvie el'anticorpo monoclonale italiano nato dalla collaborazione tra Fondazione Toscana Life Sciences e Istituto Spallanzani.