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Le tre età in cui l'alcol danneggia di più il cervello

Esistono tre momenti in cui gli effetti nocivi dell’etanolo sul sistema nervoso si fanno deleteri: in fase prenatale, in adolescenza e dopo i 65 anni
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BERE ALCOL, anche con moderazione, fa male al cervello. Consumarlo e abusarne non significa solo nausea e giramenti di testa: a preoccupare di più sono i danni strutturali che si protraggono anche dopo mesi di astinenza. Non è tutto però; ci sono tre fasi della vita in cui l’organo principale del sistema nervoso è “significativamente più vulnerabile” all’esposizione alcolica: gestazione, tarda adolescenza e inizio della terza età. È la tesi di Louise Mewton e Rahul Rao, tra i più importanti esperti al mondo sul tema, presentata sulle pagine del British Medical Journal.

Gli effetti “degenerativi”

Sono più di 3 milioni ogni anno secondo Oms le morti premature conseguenza diretta o indiretta dell’abuso di alcol. Al fenomeno in crescita – spinto oggi dai disagi della pandemia – è legata un’ampia gamma di patologie, dalla cirrosi epatica, alle malattie cardiovascolari, a vari tipi di cancro. Ma l’effetto più “degenerativo” che esercita l’alcol etilico è quello sul cervello. Sia sul breve, che sul lungo termine. Quando beviamo, l’etanolo viene assorbito rapidamente e agisce sui circuiti neuronali, inibendoli o attivandoli. Nell’immediato, se assunto in gran quantità, può portare a intossicazione alcolica, le cui lesioni sul sistema nervoso centrale variano a seconda della massa corporea e della quantità ingerita. Ancor più profondi sono i danni sul lungo periodo. Uno dei più estesi studi compiuti finora (Oxford), dopo un monitoraggio durato 30 anni delle abitudini alcoliche dei partecipanti e delle loro risonanze magnetiche cerebrali concludevache ai consumatori di alcol anche moderati “è associato un rischio fino a sei volte maggiore di restringimento dell’ippocampo” rispetto a chi non ne assume nemmeno una goccia. Un vero e proprio deterioramento, che prosegue per mesi dopo l’ultimo bicchiere ingerito.

 

Dalla culla alla fine della vita

Alcol e cervello insomma, sono un binomio da evitare. Ma esistono tre momenti in cui gli effetti nocivi dell’etanolo sul sistema nervoso si fanno deleteri. Tre periodi chiave nella vita in cui “la sensibilità all’assunzione è amplificata”, scrivono Louise Mewton, ricercatrice al Center for Healthy Brain Ageing di Sydney e Rahul Rao, professore al Dipartimento di Psichiatria del King’s College di Londra. L’azione neurotossica comincia a emergere già in fase prenatale anche con bassi livelli di esposizione, proseguendo poi con le “sbronze” adolescenziali, per ripresentarsi ancora con il consumo medio-basso ma continuativo caratteristico degli over 65. Per quale motivo? “Si tratta di tre momenti di trasformazione dinamica per il cervello – spiegano i due esperti – che ne plasmano le future performance neuro-cognitive”.

Il periodo prenatale

Pensiamo al periodo prenatale, quando i neuroni proliferano esponenzialmente e sono più di quanti il nascituro ne avrà mai. “Nel mondo, circa il 10% delle donne incinta consumano alcol”, si legge nella pubblicazione. Percentuale che in Europa sale in media al 16%, con punte del 28.5% e del 21% in Regno Unito e Svizzera. “Dati allarmanti”, avvertono. L’esposizione durante lo sviluppo intrauterino infatti, può portare alla cosiddetta sindrome feto-alcolica (FAS), una disabilità permanente che comporta anomalie fisiche nel neonato, così come disturbi psicologici e neurologici. Ciò accade perché il feto non ha enzimi per metabolizzare l’etanolo, che finisce per accumularsi nel sistema nervoso appena formato, danneggiandolo irreversibilmente.  Altrettanto critico per il neurosviluppo è il periodo adolescenziale, quando il cervello diventa più “efficiente”, da un lato tramite la mielinizzazione che stabilizza gli assoni (le vie di collegamento tra neuroni) e dall’altro con il pruning sinaptico, che elimina le sinapsi utilizzate con meno frequenza. Qui il problema è il consumo episodico pesante, che travolge il 18% dei giovani 15-19 anni in USA e addirittura il 31% in Europa.

In adolescenza

Vari studi hanno dimostrato che al fenomeno del “binge drinking” sono associati un ridotto sviluppo della materia bianca e deficit delle funzioni cognitive da lievi a moderati. Ma il potere distruttivo dell’alcol sul cervello umano non perde d’intensità nei più adulti. I disturbi da uso di alcol uno dei più importanti fattori di rischio – insieme a fumo e ipertensione – per tutti i tipi di demenza, compreso l’Alzheimer.

 

È proprio la preziosa delicatezza di questi tre “turning point” celebrali a rendere l’interazione con l’etanolo così dannosa, sottolineano Mewton e Rao. La scienza è chiara, proseguono, è necessaria una seria politica di salute pubblica “che riduca l’uso e l’abuso di alcol a tutte le età”. “Nuove linee guida, aumento dei prezzi degli alcolici e tasso alcolemico alla guida ancor più basso potrebbero migliorare la salute del cervello, la qualità della vita e la longevità delle persone”, concludono.