Mangi troppo? Colpa della tempesta emotiva

Emotional eating, food craving, tutti aspetti diversi di un approccio al cibo non sereno. Non a caso aumentano anche i diturbi del comportamento alimentare
2 minuti di lettura

C’è chi ha lo stomaco chiuso quando è innamorato, chi mangia sempre sotto stress, chi non ha fame se è in ansia e chi si conforta con il cibo perché è triste. Siamo tutti mangiatori emotivi. E nei mesi di pandemia lo siamo diventati ancora di più. Si chiama emotional eating, il mangiare emotivo. "L’emotional eating è ciò che condiziona il comportamento alimentare in risposta a un’emozione. Sia positiva, che negativa - spiega Leonardo Mendolicchio, esperto di disturbi del comportamento alimentare dell’Istituto Auxologico di Piancavallo (Verbania) - da mesi siamo esposti a una tempesta emotiva e stiamo passando parecchio tempo in casa, dove la cucina è tornata ad essere un ambiente vissuto. Per molti il cibo è stato uno strumento efficace per gestire ansia, angoscia e paura legati al periodo".

Il lockdown ha dato una spinta sia alla fame emotiva che ai disturbi del comportamento alimentare. Rimane difficile calcolare quante persone siano interessate, ma a maggio l’Istituto Superiore di Sanità ne ha stimato un incremento del 30% come conseguenza diretta del lockdown e secondo Mendolicchio, che ha visto aumentare in modo esponenziale le richieste di assistenza anche nei mesi successivi, nonostante l’allentamento delle restrizioni, è una percentuale destinata a crescere. "Nei prossimi due anni prevedo un’onda lunga di sofferenze legate ai disturbi del comportamento alimentare. E considerando che l’incidenza era già alta prima, è necessario investire più attenzione e risorse sul campo. Inoltre, è importante sviluppare una consapevolezza personale e capire come, quando e perché si mangia".

Perché effettivamente ogni volta che mangiamo non nutriamo solo il nostro corpo, ma anche la nostra mente. Il concetto è banale, meno scontato è capire se il legame cibo-emozione perde la sua connotazione fisiologica. "Nelle persone più fragili da un punto di vista psichico si può innescare una fame emotiva con caratteristiche patologiche - conferma lo psichiatra e psicoterapeuta - parliamo di chi vive già una sofferenza, ma anche dei bambini, potenzialmente più esposti perché dotati di meno strumenti per gestire le emozioni. Alla base dell’alto tasso di obesità infantile in Italia e nel mondo occidentale, infatti, c’è anche l’emotional eating".

La fame emotiva non va confusa con il food craving, la cosiddetta “voglia matta” di un cibo specifico. "L’essere umano stimola alcune aree cerebrali legate al piacere e alla gratificazione con varie sostanze, tipo nicotina, cocaina, psicofarmaci. Il glucosio, che è lo zucchero più diffuso negli alimenti, stimola esattamente le stesse aree e quando la persona utilizza gli zuccheri contenuti nel cibo per stimolare il piacere, allora è vittima di food craving", precisa Mendolicchio. Non a caso l’alimento più desiderato nel craving è il cioccolato, ma frequenti sono anche gli snack salati e alimenti ricchi di carboidrati. Leggermente diverso il discorso nell’emotional eating. "Il cibo ricercato varia a seconda delle abitudini e dei gusti della persona. Tuttavia, se le emozioni più frequentemente legate al mangiare sono ansia, paura o malumore, gli alimenti molto calorici e ricchi di carboidrati sono i più ricercati perché consolatori e appaganti".

Come capire quando si passa il confine? "Se il legame tra il cibo e gli aspetti emotivi che portano a desiderarlo diventa troppo stretto e consequenziale, allora significa che l’alimentazione sta diventando l’unico strumento di controllo delle emozioni. Cioè la persona non mangia più per fame, piacere o convivialità, ma si alimenta spesso in solitudine, solo perché preda di emozioni poco gestibili. Al contrario, anche affamarsi in modo estremo per rendere la fame l’emozione predominante e coprire le altre che recano dolore è emotional eating. Questo comportamento, ad esempio, è alla base dell’anoressia". 

Anoressia, bulimia e altri disturbi del comportamento alimentare hanno in effetti una frequente base emotiva. "Sono problemi diffusi e trasversali nella popolazione, ma spesso diagnosticati in ritardo oppure non individuati - conclude Mendolicchio - la diagnosi tempestiva è chiaramente essenziale per accedere alla terapia, che si sviluppa su due piani paralleli per “riannodare” mente e corpo: possono essere di aiuto nutrizionisti per stabilizzare la dieta, psicoterapeuti per il percorso relativo ai vissuti profondi".