Covid, come capire se è necessario un ricovero

2 minuti di lettura
IN QUESTI mesi lo abbiamo imparato. Qualsiasi sistema sanitario nazionale, di fronte ad un’ondata di nuovi casi che si verificano in un lasso ristretto di tempo, rischia la paralisi. I pronto soccorso affollati e i reparti riconvertiti per ospitare i pazienti Covid-19 sono l’esempio lampante dell’emergenza in corso. Di fondamentale importanza, in questi casi, è la gestione sul territorio. Perché non tutti i pazienti che presentano sintomi da Covid-19 devono necessariamente recarsi in ospedale per essere ricoverati. A cosa prestare attenzione? Quando chiamare i soccorsi? Cosa fare quando il medico non è reperibile?
 

Valutare insieme al medico di base

“Quando si verificano le prime avvisaglie -spiega Antonella Ferrarsi, medico di medicina generale presso la città metropolitana di Milano- il primo passo è contattare il proprio medico di base per valutare insieme i sintomi e decidere, in base all’evoluzione nel tempo, se una terapia domiciliare può bastare o serve ricorrere ad altro”.

 
Pur essendo una malattia variegata e ancora in parte da decifrare, ci sono alcuni sintomi e segni ai quali prestare particolare attenzione. In assenza di particolari problemi non è necessario chiamare il numero di emergenza poiché tutto può essere gestito al domicilio. La chiamata d’urgenza si rende necessaria solo in alcuni casi. “I sintomi che dovrebbero indurci alla chiamata -spiega la Ferrari- sono mancanza di fiato, senso di oppressione a livello toracico, febbre elevata e persistente da giorni, sopore -in particolar modo negli anziani- e alterazione dello stato di coscienza” spiega la Ferrari.
 

Evitare il fai da te per l’accesso al pronto soccorso

Assolutamente da evitare è il fai da te, ovvero andare in pronto soccorso autonomamente. La mediazione del medico di base e del 118 è sempre fondamentale. Solo in questo modo si potranno evitare le ambulanze in coda, i posti letto esauriti e le pubbliche assistenze costrette a restare bloccate in ospedale in attesa che la barella del trasporto venga liberata. Quando ciò accade ci si ritrova nella situazione dove il personale sanitario già stremato è costretto a seguire centinaia di accessi, che si sommano a quelli necessari mediati dal 118, che spesso non necessiterebbero di assistenza ospedaliera. Ma per liberare gli ospedali di questi grandi numeri, il solo filtro del medico di base non basta più.
 

Il ruolo delle Usca

Uno dei primi modelli messi in atto per centrare l’obbiettivo è stata la creazione delle Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale introdotte dal decreto 14/20 del 9 marzo 2020. Sono veri e propri team di medici in grado di garantire l’assistenza dei pazienti Covid-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero. Presenti sette giorni su sette, dalle 8 alle 20, l’attivazione del servizio spetta ai medici di base quando ritengono che i loro pazienti debbano essere seguiti nelle loro abitazioni con maggiore attenzione. Attivazione che, a causa della presenza a macchia di leopardo e dalla carenza di USCA rispetto alla popolazione da coprire, non sempre è possibile.
 

Quando il medico non è reperibile

Cosa far invece nel caso in cui il medico non è reperibile, ovvero nei week-end o quando diventa impossibile riuscire a parlarci? Nel primo caso la soluzione è rappresentata da una chiamata al Servizio di Continuità Assistenziale, l’ex-guardia medica (numero che varia da Regione a Regione), che copre sempre la fascia oraria notturna dalle 20 alle 8 e tutti i festivi e prefestivi dalle 8 alle 20. Nel secondo caso, quando tutti i tentativi non sono andati a buon fine e non vi è l’emergenza di una chiamata al 118, è possibile chiamare per un consiglio il numero 1500 messo a disposizione dal ministero della Salute, un servizio di pubblica utilità attivo 24 ore su 24.
 

Gli Hot-spot Covid

“Come medici di famiglia - prosegue la Ferrari- in questi mesi abbiamo imparato quanto sia importante la collaborazione con tutti gli attori presenti sul territorio. E’ solo attraverso di essa che è possibile evitare un ulteriore sovraccarico per gli ospedali”. Collaborazione che in aggiunta alle Usca sta prendendo forma, seppur ancora troppo in maniera a macchia di leopardo, attraverso la creazione di Hot-spot Covid, organizzazioni a livello territoriale dove il medico di base, individuati i pazienti critici che necessitano di approfondimenti diagnostici, vengono inviati presso alcune strutture ambulatoriali per gli accertamenti del caso.
 

"Si tratta di un modello - conclude Ferrari - che sta consentendo ai pazienti di accedere a servizi radiologici dedicati per individuare casi più o meno gravi di polmonite evitando una solitudine gestionale ai medici del territorio e garantendo al paziente terapie appropriate ed evitando quelle inutili".