Anoressia, non abbassiamo la guardia. Ma con le cure giuste si può guarire

La storia di Lorenzo ha fatto riemergere l'attenzione su questo disturbo alimentare. Colpisce molte ragazzine e sempre più anche i coetanei maschi. Se ne deve parlare di più ed è necessario anche prendere provvedimenti dal punto di vista normativo.

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Lorenzo, circa un mese fa, ha scritto una lista di sogni da realizzare. Sogni pieni di umanità e voglia di condivisione, come viaggiare, offrire la colazione a suo padre, essere più fiero di se stesso. Sogni che avevano acceso una nuova speranza nei genitori di Lorenzo, Fabio Seminatore e Francesca Lazzari. Lorenzo, purtroppo, non ce l’ha fatta a portare a compimento tutta la lista dei desideri che aveva stilato: è morto a 20 anni, consumato dell’anoressia, la malattia con cui aveva iniziato a fare i conti dai primi anni del liceo, spegnendo anche la speranza dei suoi genitori. Un dolore enorme, per tutti. 

Di questo disturbo del comportamento alimentare si deve parlare di più, ed è necessario anche prendere provvedimenti dal punto di vista normativo. Secondo i dati della Società italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare (SISDCA) chi è più colpito dall’anoressia sono le ragazze, a partire già dalla giovane età, in un rapporto di 9 a 1 rispetto ai maschi. Man mano si va avanti nell’adolescenza, però, il rapporto passa da 3 a 1: questo vuol dire che il numero di ragazzi aumenta in modo significativo. Tra gli uomini, dicono i dati, i nuovi casi di anoressia oscillano tra 0,02 e 1,4 ogni 100.000 persone. Il fenomeno, quindi, può verificarsi già da bambini, può comparire nella preadolescenza, nell’adolescenza, ma anche dopo i 40 anni. E può avere diversi gradi di gravità. Non c’è l’anoressia, ci sono tanti tipi di anoressia, e non si può ridurre a una questione di genere. 

Perché compare questo disturbo, che è secondo agli incidenti stradali in quanto a vittime tra gli adolescenti, ed è quello che ha il più alto tasso di mortalità tra i disturbi psichiatrici? L’anoressia, come ogni altra malattia, è un sintomo. Esprime un disagio di fondo. Una mancanza di controllo del proprio sé, compensata attraverso l’adozione del rifiuto del cibo. È una sorta di ricerca, animata dall’intento di poter controllare qualcosa che in realtà non è controllabile. È un modo per far parlare il corpo, l’involucro dell’anima, visibile a tutti. È un campanello d’allarme, è una richiesta di aiuto. Ma aiuto per cosa? Le difficoltà di fondo a questa malattia rivelano uno stato depressivo, un’insicurezza di sé e a prendere delle decisioni, evidenziano un meccanismo ossessivo-compulsivo. Tra le tante cause che possono originare questo disturbo, c’è quella che evidenzia una mancata fase di svincolo: si vuole diventare grandi, ma non ci si sente all’altezza di poterlo fare. Questa insicurezza, purtroppo, è piuttosto comune. E, un po’, in qualche modo, anche inconsapevole, la stiamo alimentando tutti: stiamo creando una società di ragazzi insicuri. La cultura predominante del valore dell’immagine non è ancora tramontata o non è ancora stata ridimensionata a sufficienza. A questo, inoltre, si è aggiunta la cultura della simulazione offerta dagli ambienti virtuali, dove le persone si sentono a proprio agio perché possono costruire chi vorrebbero essere davanti agli altri. 

L’anoressia non compare in un momento, dà dei segnali. Non è sempre visibile immediatamente, ma la diagnosi tempestiva e l’intervento psicoterapeutico possono essere fondamentali per il buon esito. Ecco perché bisogna rimanere vigili, sempre. Ciò a cui prestare attenzione non è un singolo comportamento, come il rifiutare un cibo, per esempio la pizza, ma la sua pervasività (non voglio né la pizza né la pasta né… nell’arco di poco tempo), o una nuova modalità di gestire la fame. Continuando con gli esempi, se un bambino mangia poco, un periodo di inappetenza potrebbe essere fisiologico e transitorio, ma se un bambino è stato sempre curioso nei confronti dei cibi propostogli allora un’improvvisa chiusura verso gli alimenti dovrebbe essere indagata con un esperto. I figli di genitori che hanno sofferto di disturbi del comportamento alimentare hanno l’80% di probabilità in più di incorrere nella stessa problematica. 

Parliamo di più di questo e di tutti i disturbi del comportamento alimentare. Cerchiamo anche di creare un sistema di norme che non facciano sentire soli chi si trova in questa situazione. C’è tanto da fare, ed è urgente. 
 
*psicoterapeuta, presidente Ass.ne Naz.le Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, GAP e Cyberbullismo)