Dai pediatri agli anestesisti, ospedali a caccia di medici: "Ne mancano 800 l'anno"

Allarme del sindacato Anaao: quelli che vanno in pensione non sono sostituiti dai nuovi ingressi. Regioni in difficoltà: e c'è chi propone di eliminare il numero chiuso

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Roma - Bisogna avviare una ricerca attenta e non è detto che serva. Telefonate, messaggi, graduatorie spulciate: quando in un ospedale manca un pediatra, la direzione ma talvolta anche lo stesso reparto rimasto sguarnito devono mettersi di impegno per trovare un sostituto. Le speranze non sono molte, la matematica li condanna. Ogni anno infatti in Italia vanno in pensione circa i 650-700 pediatri. Dalle scuole di specializzazione ne escono poco più di 300, lasciando inesorabilmente sguarnite le corsie ma anche i posti sul territorio, che comunque esercitano più attrazione sui professionisti e quindi hanno meno difficoltà. Sono gli stessi pediatri a lanciare l’allarme.

“Il lavoro in corsia è pesante, si fanno turni duri, e con il calo del personale ci si trova in sempre di meno a fronteggiare le richieste di salute dei cittadini. Così con frequenza regolare ricevo chiamate colleghi da tutta Italia che cercano un pediatra per rinforzare i loro organici”, dice Alberto Villani, presidente della Sip, la società scientifica dei pediatri e primario al Bambin Gesù di Roma.

La sua non è una voce isolata. Altre specialità sono in crisi, ad esempio, come ormai tradizione, gli anestesisti, con 550 che finiscono il percorso di formazione universitaria contro gli 8-900 che vanno in pensione. Problemi si segnalano anche tra i chirurghi generali e tra i ginecologi. Del resto non è di molto tempo fa la ricerca del sindacato di ospedalieri Anaao che stima in almeno 7-800 medici la differenza annuale tra chi esce dal sistema per ragioni di età e chi viene specializzato dalle scuole universitarie. In più in molte zone del Paese c’è da tempo il blocco del turn over, che ha reso cronica la carenza di professionisti.

Le Regioni si trovano così in difficoltà. Ad esempio l’Emilia Romagna ha calcolato che nei prossimi cinque anni perderà circa il 40% dei suoi medici dipendenti per conclusione della carriera, più o meno lo stesso dato della Toscana. Ma tutte le amministrazioni locali sono in una situazione simile. Emilia e Toscana hanno intenzione di chiedere al ministero dell’Istruzione e a quello della Salute di aumentare i posti disponibili nelle scuole di specializzazione. Ma in maniera mirata. “La nostra Regione è disposta anche a pagare da subito lo stipendio ai giovani medici che si formano, se l’Università non ce la fa – dice l’assessora Toscana Stefania Saccardi – Ma abbiamo bisogno di programmare per le specialità più in difficoltà un piano degli ingressi nei prossimi anni. Ci sono discipline in cui non serve una crescita del numero dei medici”.

Dall’Emilia arriva anche l’idea di togliere il numero chiuso al corso di laurea in Medicina per alcuni anni, così da far crescere il numero dei medici. L’assessore alla Sanità Sergio Venturi ne ha già parlato anche a Roma. Si tratta di un ragionamento più in prospettiva, perché al momento la strozzatura dell’imbuto sembra riguardare più la fase di specializzazione, visto che molti laureati in medicina ogni anno devono rinunciare ad entrare nelle scuole perché non ci sono posti. Va detto che in questi anni il numero dei posti banditi dalle scuole di specializzazione è cresciuto, anche se secondo medici e Regioni non abbastanza a rispondere ai fabbisogni.