Maria Vittoria Micioni di Bonaventura: "Voglio fermare il cervello mentre si abboffa"

Premiata con una borsa L'Oreal, vuole intervenire su un neuromodulatore per diminuire l'impulso ad assumere cibo. Come si è visto che funziona per le dipendeze da alcol. Per aprire la strada a nuove terapie

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Maria Vittoria Micioni di Bonaventura
Maria Vittoria Micioni di Bonaventura 
"IL PREMIO arriva proprio al momento giusto: ho appena finito il post-doc": a parlare è Maria Vittoria Micioni di Bonaventura, una delle cinque premiate con le borse L’Oreal-Unesco "Per le donne e la scienza". Con i 20mila euro continuerà a studiare i disturbi compulsivi dell’alimentazione, in particolare quello legato alle abbuffate, e l’obesità. "Il binge eating e l'obesità sono correlati, perché le persone che mangiano quantità enormi di cibo senza poi attuare dei meccanismi di compensazione, come indursi il vomito o fare molta attività fisica, come nel caso della bulimia, tendono a ingrassare", spiega la ricercatrice.

Dall'alcol al binge eating. La sua determinazione è forte e la sua storia lo dimostra. Laureata in Farmacia all’università di Camerino, ha iniziato a lavorare sulle sostanze d’abuso, soprattutto l'alcol. Per gli studi sul cibo, racconta: "Sono partita dai risultati ottenuti sugli animali dipendenti dall’alcol, in cui si riesce a diminuire l’assunzione della sostanza grazie alla modulazione di un neurotrasmettitore, l'adenosina. Mi sono chiesta se lo stesso poteva succedere in modelli di binge eating e ho provato su pochi individui. Quando mi sono accorta che funzionava ho capito che dovevo ampliare la ricerca". L’attenzione dei ricercatori di Camerino è tutta rivolta all’adenosina, un neurotrasmettitore particolarmente attivato nelle aree del cervello legate al sistema della ricompensa.
In particolare, Micioni di Bonaventura ha capito che una delle chiavi per regolare l’espressione del neurotrasmettitore è il recettore A2A, che può essere attivato di più provocando così una riduzione delle abbuffate. Per farlo ha usato un composto messo a punto sempre all’università marchigiana, chiamato VT7, già usato in studi precedenti su modelli di malattie neurodegenerative.

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Obiettivi chiari. Cosa provochi lo sviluppo dei disturbi alimentari è ancora un mistero. Ci sono ricerche che dimostrano l’esistenza di una predisposizione genetica, ma altre hanno messo in evidenza che anche l’ambiente e l’esperienza possono spingere allo sviluppo di queste malattie, attraverso meccanismi epigenetici. "Il nuovo studio vuole andare a scoprire se la somministrazione di VT7, da una parte, e di un'altra sostanza che ha effetto opposto sul recettore dell’adenosina dall’altra, provochi dei cambiamenti epigenetici e se, oltre a diminuire le abbuffate, il meccanismo regolato da VT7 possa essere sfruttato per lenire il senso di fame in modelli di obesità", sottolinea la ricercatrice. Un azzardo ponderato, frutto della passione. Se i risultati dovessero darle ragione si aprirebbe una nuova strada nella cura di questi disturbi alimentari, perché se è vero che l’adenosina è già stata studiata in altre patologie e il VT7 è stato già usato in studi sulla dipendenza da alcol, è la prima volta che qualcuno pensa di applicare le conoscenze fin qui acquisite nel campo dell’alimentazione. Un azzardo ponderato, che ben riflette il carattere di chi lo sta portando avanti: "dopo la borsa spero di continuare a fare ricerca nella mia università. Ma se non fosse possibile andrò all’estero. Di certo non mi fermerò perché la ricerca è la mia passione", conclude la ricercatrice.