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Sevizie a San Donà: «Quei lividi sospetti su alcuni anziani: così abbiamo scoperchiato l’inferno»

Il direttore della casa di riposo, arrivato a giugno: «Ho capito subito che qualcosa non andava ma la maggioranza del personale è in gamba»

Giovanni Cagnassi
2 minuti di lettura
Il direttore Maurizio Padovan 

«Ecco come abbiamo aperto le porte di questo inferno». Dallo scorso mese di giugno, Maurizio Padovan è direttore della casa di riposo degli orrori che ha sconvolto la città e tutto il basso Piave per le violenze e i maltrattamenti accertati nei confronti degli anziani. La struttura è gestita da Isvo Srl, società per il 48 per cento di Ipab, parte pubblica, e soci privati (la Società Socioculturale Coop Sociale, che ha il 51% e Cospa srl di Padova che ha l’1%).

Padovan, 43 anni, una laurea in Scienze Politiche e una master nella gestione di strutture sanitarie, aveva iniziato a lavorare tra aprile e maggio come consulente per conoscere la struttura sandonatese, lui che proveniva dal centro medico San Biagio di Fossalta di Portogruaro e aveva gestito la fase più delicata del Covid.

Adesso che tutto il marcio nella casa di riposo è venuto a galla, lui è diventato un punto di riferimento per le famiglie. Le ha incontrate tutte mercoledì pomeriggio, anche quelle delle vittime di maltrattamenti e violenze, ricoverate nei reparti o moduli viola e arancione, ma le porte del suo ufficio sono aperte tutti i giorni e il telefono continua a squillare con parenti che chiedono udienza e cartelle cliniche.

«A giugno sono arrivato alla direzione», ricorda, «a luglio il dottor Davide Vallese, medico di base che lavora con noi, ha evidenziato la presenza di lividi su alcuni anziani. Le denunce sono partite subito. Ma già prima avevo iniziato una generale riorganizzazione del personale, cambiando gli incarichi, spostando gli operatori. Nel modulo viola, quello sotto i riflettori delle indagini, questa operazione non era stata possibile perché si trattava di operatori socio sanitari assunti con i vecchi contratti pubblici e che dovevano lavorare assieme. E allora ho capito subito che qualcosa non andava, prima che il medico segnalasse i lividi, era però ancora una sensazione».

L’entrata della casa di riposo di San Donà 

L’operatore accusato di violenza sessuale è stato uno dei primi a essere individuato. «Era un interinale», spiega Padovan, «selezionato dall’agenzia e arrivato qui. Noi non non dobbiamo sapere necessariamente il loro passato, a maggior ragione se uno è assolto per accuse precedenti. In ogni caso ho avuto il presentimento che non andasse e, infatti, lo abbiamo subito scoperto. Restava quel modulo apparentemente intoccabile, ma non appena il medico ha fatto la segnalazione ho capito che dovevamo interessare la forza pubblica perché noi non avremmo potuto fare altro».

La casa di riposo Monumento ai caduti ha 170 posti letto, un hospice per le cure palliative, l’ospedale di comunità con altri 14 posti, in sei mesi ha avuto oltre 100 ingressi. E lavorano un centinaio di operatori e dipendenti. È una struttura che nel periodo del Covid è stata chiusa, come tutte le altre. Anche i controlli non sono semplici.

«A giugno», prosegue il direttore, «si è aperto al dopo la pandemia. Mai avrei immaginato di scoprire tutto questo. Non sono un ispettore, i controlli avvengono regolarmente da parte del Nas, Usl, Ispettorato del lavoro e quant’altro. Sto cercando di far comprendere che io e tutta una squadra abbiamo reagito, collaborando con il personale medico. Ho segnalato che c’era un’anziana caduta lungo le scale e poi deceduta, altro caso sospetto».

C’è comunque speranza e fiducia nel futuro. «La stragrande maggioranza del personale è sana», conclude, «abbiamo le risorse umane per andare avanti e ce la faremo. La proposta di una videosorveglianza fissa non deve fare paura, ma è sulla formazione del personale che dobbiamo puntare».

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