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Cinema al 100 per cento, le recensioni dei film usciti il primo dicembre

Il film "Monica"

 

In sala il primo dicembre: “Monica” di Andrea Pallaoro affronta il tema dell’abbandono e del riconoscimento negato. La giovinezza degli aspiranti attori del Théâtre des Amandiers nel quinto film da regista di Valeria Bruni Tedeschi, “Forever Young”. Due Orsi d’argento a Berlino per “Una mamma contro G.W. Bush”, dall’incredibile storia vera di una madre-coraggio. Infine, la favola moderna di “Orlando”, firmata da Daniele Vicari

Marco Contino e Michele Gottardi
5 minuti di lettura

MONICA

Regia: Andrea Pallaoro

Cast: Trace Lysette, Patrcia Clarkson, Emily Browning, Adriana Barraza

Durata: 110’

"Monica" di Andrea Pallaoro

 

Con “Monica”, Andrea Pallaoro firma il secondo film di una trilogia cominciata con “Hannah” che, nel 2017, la Mostra di Venezia premiò attribuendo a Charlotte Rampling la Coppa Volpi.

Il regista trentino (che vive da molti anni tra New York e Los Angeles) esplora il tema dell’abbandono, inteso non solo come l’atto dell’essere abbandonato, ma anche come l’insieme delle dinamiche emotive di una mancata accettazione, di un riconoscimento negato. Come è accaduto a Monica (l’attrice transgender Trace Lysette) che ora è una donna bellissima, morbida, con una criniera di capelli castani su un viso materno e sensuale allo stesso tempo. La sua transizione ha portato con sé ferite profonde che l’hanno allontanata dalla famiglia e sanguinano ancora nelle relazioni con gli altri, in una incessante ricerca d’amore.

Dopo vent’anni, una telefonata la costringe a fare i conti con il proprio passato: il ritorno nella casa della propria giovinezza in Ohio la mette di nuovo a confronto con la madre morente (Patricia Clark) che, inizialmente, la scambia per una badante, mentre il fratello e la famiglia di lui la osservano con timida circospezione.

“Monica” è un film che si nutre di vissuti. Prima di tutto, quello della sua protagonista che porta sulle proprie spalle il peso di una esperienza tanto traumatica quanto autentica. Ma anche quello dello stesso regista, costretto a confrontarsi negli ultimi anni con la malattia della madre.

Rispetto alla protagonista del suo film precedente - una donna che non riusciva a rialzarsi, ritratto doloroso di una solitudine - Monica è una eroina moderna che riesce a fare i conti con il passato e con i traumi subiti. Trace Lysette le dà corpo e anima, dopo essere stata scelta dal regista tra una trentina di candidate. Nell’esplorazione di questi vuoti affettivi, Pallaoro sceglie le ellissi per riempirle di perdono, di riscatto e di speranza.

Sin dalla opzione del formato quasi quadrato, il regista esalta il soggetto rispetto al paesaggio, facendo sì che due o più corpi nella stessa inquadratura creino un effetto di co-dipendenza, di soffocamento e di claustrofobia, impregnando di significato il “fuori campo” e, così, il rapporto tra interno ed esterno, tra psicologico e fisico.

E anche tra detto e non detto. Come lo struggente “riconoscimento” della madre che si esprime con piccoli gesti: uno sfiorarsi di mani o una carezza, senza bisogno di un precipitato di parole. E con un finale, affidato al canto di un bambino come identità in divenire, che apre alla speranza: quella che il futuro possa essere diverso e non debba necessariamente passare per i traumi e le ferite di Monica. (Marco Contino)

Voto: 7

***

FOREVER YOUNG

Regia: Valeria Bruni Tedeschi

Cast: Nadia Tereszkiewicz, Sofiane Bennacer, Louis Garrel, Micha Lescot, Clara Bretheau

Durata: 126’

Il film "Forever Young"

 

Valeria Bruni Tedeschi è dietro la macchina da presa (per il suo quinto film da regista) ma è dappertutto. Si direbbe in ogni attore di “Forever Young” (incomprensibile la scelta di tradurre il titolo francese “Les Amandiers” con una espressione inglese … misteri della distribuzione) che ruota intorno alle vite di alcuni aspiranti attori ammessi alla prestigiosa scuola di recitazione del Théâtre des Amandiers, diretta dal carismatico Patrice Chéreau (Louis Garrel).

Siamo a metà degli anni ’80: sul mondo si allungano le ombre di tragedie collettive e personali (l’AIDS, Chernobyl) mentre Stella (Nadia Tereszkiewicz), alter ego dello stessa regista, Etienne (Sofiane Benasser), Adele (Clara Bretheau) e tutti gli altri addentano la vita e il teatro con voracità, irruenza, isteria come se la giovinezza non avesse un minuto da perdere (e, forse, allora, era così). Lo dice Stella quando racconta la spinta che l’ha convinta a recitare, ma trabocca anche dalla scelta dello spettacolo messo in scena dagli attori, ovvero il “Platonov” di Anton Čechov, uno dei primi lavori del drammaturgo russo.

Valeria Bruni Tedeschi riavvolge il nastro del proprio vissuto per il suo film più personale, caricando tutto di emotività e trasfigurandolo nella fotografia sporca degli anni ’80.

Se la componente passionale ha un magnetismo sincero e coinvolgente, la veemenza e l’impeto della narrazione (spesso urlata) rischiano di portare la macchina fuori giri, con deviazioni (quelle più “sociali” che inquadrano il contesto storico, con la piaga dell’HIV, le droghe e una promiscuità che nasconde vuoti più profondi) non sempre controllate di cui si prevede la sorte tragica.

Nonostante tutto resta, ad oggi, il film più riuscito di Valeria Bruni Tedeschi regista, anche per la riflessione sull’arte e la finzione che abbracciano la vita reale divenendo, spesso, groviglio indistinguibile. (Marco Contino)

Voto: 6,5

***

UNA MAMMA CONTRO GEORGE BUSH

Regia: Andreas Dresen

Cast Meltem Kaptan, Alexander Scheer, Cornell Adams

Durata: 119’

Il film "Una mamma contro George Bush"

 

Tra fiction tv da prima serata e un classico court-movie all’americana, “Una mamma contro George Bush” mette alla berlina le follie delle detenzioni di Guantanamo e la sottile linea di demarcazione tra religione e integralismo, con uno stile divertente e altrettanto folle, che ha nella sua protagonista Melten Kaptan (non a caso Orso d’oro per la sua interpretazione a Berlino) il punto di forza.

La storia è vera e i protagonisti sono tuttora viventi. Rabiye Kurnaz è una tedesca di origini turche dalla vita tanto normale quanto frenetica: vive in una casetta a schiera di Brema, si occupa dei figli, è la vera anima della sua famiglia.

Contro ogni previsione, dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 suo figlio Murat viene accusato di terrorismo ed è uno tra i primi a essere arrestato e spedito nel campo di prigionia di Guantanamo.

Per Rabiye è l'inizio di una battaglia che dalla periferia del mondo la porterà a sfidare i poteri centrali della Terra. La sua audacia e la sua parlantina convinceranno un po’ alla volta tutti quelli attorno a lei, a cominciare dall'avvocato per i diritti umani Bernhard Docke, che la aiuterà a portare il suo caso fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Certamente a un pubblico tedesco il film potrà apparire ancor più ironico e stravagante di quanto non appaia da questa parte delle Alpi, ma indubbiamente nel complesso l’operazione di Andreas Dresen si può dire riuscita a parte qualche dilatazione narrativa e qualche gigionieria di troppo della splendida protagonista. “Una donna contro George Bush” costituisce un altro modo di fare cinema di impegno sociale, cinema d’inchiesta con un tono e uno stile molto più popolare e che strizza l’occhio più a Michael Moore che a Steven Soderbergh o a Sydney Pollack. (Michele Gottardi)

Voto: 6,5

***

ORLANDO

Regia: Daniele Vicari

Cast: Michele Placido, Angelica Kazankova

Durata: 122’

Il film "Orlando"

 

Orlando è un anziano contadino della Sabina che da molti anni non ha più alcun rapporto con il figlio Valerio emigrato in Belgio, una scelta che il vecchio agricoltore non gli ha mai perdonato. Un giorno però da Bruxelles arriva una telefonata: Valerio è ricoverato in ospedale e le sue condizioni non sono buone. Orlando parte, ma arriva in Belgio solo per assistere alla chiusura della bara del figlio.

Quando arriva a casa di Valerio, la porta dell'appartamento gliela apre Lyse, la nipote dodicenne che non sapeva di avere, una ragazza orfana – la mamma è sconosciuta – con la quale Orlando deve imparare a interagire. Parlando a malapena un italiano stentato (a differenza della ragazza che lo parla correttamente), senza una parola di francese, l’uomo cerca di stabilire un rapporto con la nipote e soprattutto di trovare una soluzione per il loro futuro, l’affitto dell’appartamento, la scuola, il pattinaggio.

Vicari, dopo molte oscillazioni produttive tra doc e fiction, opta qui per un ruolo importante per Michele Placido, che si conferma migliore come attore che come regista. Il film indaga su molteplici temi, oscillando tra dramma e commedia: la differenza generazionale, l’emigrazione, la repressione dello straniero, lo scontro tra culture.

Improbabile che la ragazzina abbandoni il suo mondo per ritirarsi in campagne sperdute nell’alto Lazio, ancor di più che finisca in adozione o che resti a Bruxelles col nonno.

Vicari usa la macchina da presa come se fosse un documentario, inseguendo Orlando e i suoi protagonisti, inquadrati spesso in primo piano, ravvicinati, a sottolineare il disagio e l’estraneità rispetto al mondo circostante, ostile, distante. Invece tutto il film è un dialogo costante con l’Europa di cui Bruxelles è simbolo, con la forza e la delicatezza di cui abbiamo tutti bisogno, come individui e cittadini, in un reciproco appoggio e dipendenza che alla fine anche Orlando e Lyse scopriranno necessari. (Michele Gottardi)

Voto: 7

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