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Elezioni. Milanesi: «La posta in gioco questa volta è la liberaldemocrazia»

Oggi all’interno di quello che allora veniva chiamato “il mondo libero” si stanno sviluppando dinamiche letali per la liberal-democrazia e per il pensiero che la ispira, a cominciare dagli stessi Stati Uniti d’America. Il tifone chiamato Donald Trump è la minaccia più grave. E i suoi amici europei lo sono altrettanto

VINCENZO MILANESI
2 minuti di lettura

Nessun dubbio che dopo il 24 febbraio sia iniziata una seconda, nuova “guerra fredda”, oltre a quella tragicamente “calda” in corso. Ma il rimando alla situazione che si era venuta a creare nel mondo una settantina di anni fa rischia di essere per alcuni versi fuorviante.

Le differenze tra allora e adesso infatti sono troppo marcate per rendere sensato forse anche il solo uso della medesima terminologia per descrivere le due situazioni. Oggi nel mondo, piaccia o non piaccia, le cose sono radicalmente cambiate. E non solo per la presenza sulla scena globale della Cina che è ormai una potenza tale da insidiare l’egemonia Usa e la “pax americana” instaurata dopo il 1989.

Ma c’è di più: allora la Guerra fredda avveniva sullo sfondo degli accordi di Yalta, dove nel 1945 i Grandi che guidavano le potenze avviatesi a vincere contro Hitler e il nazismo stabilirono la “spartizione” del mondo dopo la fine della Guerra Mondiale, definendo le diverse zone di influenza.

Si creò così quell’assetto “bipolare” che interessava direttamente anche (e principalmente) l’Europa, con le due Germanie e la “cortina di ferro” che separava nettamente Ovest ed Est del Vecchio Continente.

Di tutto ciò fecero, tragicamente, le spese i giovani ungheresi a Budapest nel ’56, e quelli cechi a Praga nel ’68, ma con questo assetto dovette fare i conti anche il Pci, condannato a vivere la stagione del “bipartitismo imperfetto” che lo emarginava all’opposizione.

E non riuscì il tentativo di Aldo Moro di dare seguito alla prospettiva di una “terza fase” nella storia politica repubblicana. Qualcuno pensò bene di assassinarlo prima. Tutto questo accadeva sotto l’”ombrello di Yalta”, che oggi non esiste più.

Oggi all’interno di quello che allora veniva chiamato “il mondo libero”, l’Occidente euro-atlantico, si tanno sviluppando dinamiche letali per la liberal-democrazia e per il pensiero filosofico-politico che la ispira, a cominciare dagli stessi Stati Uniti d’America. Il tifone chiamato Donald Trump è la minaccia più grave.

Trump è l’“untore” che diffonde un virus da cui le liberal-democrazie devono difendersi a tutti i costi, pena la loro fine.

Anche nei Paesi dell’Unione Europea ci sono partiti e movimenti dell’estrema destra politica contagiati da quel virus, che simpatizzano apertamente con la “democrazia illiberale” di cui, in fondo, proprio Trump è l’ispiratore: Viktor Orbán è in buona compagnia, con Matteo Salvini, con Marine Le Pen, ma anche con Giorgia Meloni, neofita super-atlantista che però fa il tifo anche lei per Trump, nemico dell’Europa unita, che voleva smantellare la Nato.

Vladimir Valdimirovič Putin ha dunque una ben strutturata “quinta colonna” in Occidente, nei partiti che con lui oltre che con Trump (che di Putin è stato sempre un ammiratore) condividono una certa idea di convivenza civile assai diversa dalla “società aperta” figlia dell’assetto liberal-democratico dei Paesi dell’Unione Europea.

Per questo il voto italiano del 25 settembre evoca per davvero la partita dell’Italia nel 1948: perché in gioco c’è la liberaldemocrazia e l’idea stessa di una “società aperta”.

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