I giochi, gli ex voto e i pentimenti: la storia di Venezia incisa sulla pietra

L’incisione che raffigura un grosso topo

Cinque anni di lavoro, il censimento di seimila graffiti. Così Alberto Toso Fei e Desi Marangon svelano un volto affascinante della città

VENEZIA. I segni di Venezia ci parlano e ci raccontano, in una parola, una frase o un’immagine disegnata sulla sua pelle, quasi mille anni della sua storia minore, vista dalla parte della gente. Sono i graffiti incisi o scritti – anche a volte con un semplice lapis che ha resistito al tempo – sui muri, sulle colonne, sui portali degli edifici veneziani, da chi ha voluto lasciare una fuggevole traccia di sé, divenuta, inconsapevolmente, permanente.

Uno storico dell’arte attento come Alberto Rizzi aveva già individuato e analizzato con cura le sculture esterne e le vere da pozzo che rappresentano un patrimonio artistico straordinario in quel museo diffuso a cielo aperto che è Venezia. Ora uno studioso appassionato e instancabile della storia e della tradizione veneziana, fino ai confini del mito e della leggenda, come Alberto Toso Fei, insieme all’epigrafista Desi Marangon ha mappato oltre 6 mila graffiti sparsi per la città, con una ricerca durata oltre cinque anni, confluita in un libro dove parola e immagine si fondono: “I graffiti di Venezia” (Lineadacqua edizioni), copre un arco di tempo che va dal Medioevo alla seconda guerra mondiale.

Sono accanto a noi, vi passiamo vicino spesso senza notare la loro presenza, ma questo patrimonio segnico sparso sulle superfici di pietra della città racconta, spesso, storie straordinarie a chi – come Toso Fei e Marangon – voglia fermarsi a studiarlo.

Su una colonna di Palazzo Ducale, ad esempio, esiste un graffito in glagolitico, il più antico alfabeto slavo che precedette il cirillico, datato 1470. È stato tracciato con tutta probabilità – ci dicono gli autori – dal primo stampatore croato, Blaz Baromic, che in laguna era venuto ad apprendere le nuove tecniche di stampa. Ma graffiti – datati tra il Cinquecento e il Seicento – raccontano dell’elezione di diversi dogi o del giubilo per la costruzione del ponte di Rialto.

E tra le colonne di Piazza San Marco si possono ancora leggere i proclami del 1848 inneggianti alla Repubblica di San Marco voluta da Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, quelle successive relative all’avvento dei Savoia (fino ai “W il re” risalenti al referendum tra monarchia e repubblica del 1946), oltre a quelle che raccontano la liberazione dal nazifascismo, che a Venezia avvenne il 28 aprile 1945.

Una delle categorie di graffiti più affascinanti sono certamente quelli, frequentissimi, che ritraggono navi o imbarcazioni incise sui muri, sui marmi, sulle colonne o anche sugli stessi intonaci veneziani. Sono galee, ma anche cocche o galeoni incisi, e a volte dipinti col rosso porpora del murice utilizzato per i tessuti, tracciati con il lapis o con il carboncino. Probabilmente incisi da marinai come ex voto o come testimonianza di un viaggio o di un ritorno. Sono ad esempio sul portale della Scuola Grande di San Marco, ma anche a Palazzo Ducale ed erano anche su uno dei portali della Basilica marciana prima che un restauro improvvido li cancellasse.

IL graffito (individuato alla Scuola Grande di San Marco) che rappresenta una nave;

I graffiti pullulano anche nei luoghi d’attesa o di prigionìa, come le prigioni, i lazzaretti o i manicomi, allargandosi alle isole della laguna. “No poso tornar indrio ma spero”, si legge su uno dei muri delle Prigioni di Palazzo Ducale. O, ancora, “fui vittima di due boia confidenti” . Ma ci sono anche opere d’arte come l’affresco non finito su uno dei muri del “frescante” Riccardo Perucolo, rinchiuso nel 1549 nelle Prigioni perché accusato di “eresia luterana” dal Sant’Uffizio. Per cercare di ingraziarsi i suoi giudici si dichiarò pronto a realizzare un affresco a consolazione dei detenuti ammalati, sapendo che la sua cella sarebbe stata trasformata in infermeria.

Ma ci sono anche graffiti che trasmettono la memoria di fenomeni atmosferici eccezionali avvenuti a Venezia e non solo legati all’acqua alta. Come quelli delle “glaciazioni” lagunari. Su una colonna del sotoportego del Traghetto si legge: “Eterna memoria dell’anno 1864 del ghiaccio veduto in Venezia che se sta sulle fundamente nove a san cristoforo andava la gente (in) priusision che formava un liston” .

Ma ci sono ancora i segni del gioco della “tria” – l’antico tris – conservate sulle balaustre del Fontego dei Tedeschi, oggi grande magazzino del lusso: erano il passatempo dei mercanti tedeschi costretti a sostare per lunghe ore nell’area commerciale del tempo.

E che dire delle rune nordiche sui fianchi e sul petto del colossale leone all’ingresso dell’Arsenale, che era originariamente nel porto di Atene, prima della spedizione di Francesco Morosini nel 1688? Recano incisi i nomi di quattro guerrieri che avevano conquistato il porto del Pireo. Una delle infinite storie legate a Venezia che questi graffiti ci raccontano e che ora riemergono nitide da un lontano passato grazie anche a questo libro.

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