Il ministro Bianchi su Cloe: «Tragico esito che andava evitato, per questo c’è un’inchiesta»

Roma spiega di essersi attivata ben prima delle polemiche: «E’ importante ricostruire tutto il percorso, perché è qui che si rivela l’idea di una scuola aperta, inclusiva e affettuosa per tutti». L’editoriale del direttore: «L’unico modo per salvarci»

ROMA. «Il ministero da subito, prima ancora che scoppiassero le polemiche, ha aperto una inchiesta su questo tema, domandando all’ufficio scolastico regionale del Veneto, ma anche coinvolgendo tutti i dirigenti delle scuole in cui è stata la signora Cloe».

Così il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, intervistato da Radio24, sul caso di Cloe Bianco, l’insegnante transgender veneta, allontanata dalla scuola per aver fatto coming out in classe, che si è tolta la vita.

«Lo abbiamo fatto come atto di giustizia - ha spiegato - perchè è importante ricostruire tutto il percorso, perchè è qui che si rivela l’idea di una scuola aperta, inclusiva e affettuosa per tutti. A Ivrea un caso parallelo è stato risolto in maniera diversa, e vi è stato un accompagnamento di questa persona nella sua ricerca di identità e di diritto. Quindi si possono fare dei percorsi diversi che non portino all’esito tragico di Cloe».

Il ministero dell'Istruzione ha avviato un approfondimento per tentare di ricostruire tutti i contorni della vicenda. Insegnante di fisica, descritta dagli alunni come preparata e disponibile, Cloe era all'anagrafe Luca Bianco. Un giorno, sette anni fa, si presentò in classe in abiti femminili.

Agli alunni chiese di essere chiamata Cloe e spiegò il motivo della sua scelta. Il padre di un alunno scrisse una lettera ad Elena Donazzan che all'epoca era assessore regionale all'Istruzione. Il preside della scuola in cui insegnava, secondo quanto raccontano alcuni testimoni dell'epoca, si schierò al fianco della docente ma le polemiche furono talmente forti che alla fine fu decisa una sospensione per tre giorni dall'insegnamento e successivamente venne spostata a ruoli di segreteria prima nell'istituto Mattei di San Donà di Piave (Venezia), e poi in diverse scuole del Veneto. Fece ricorso ma perse la battaglia davanti ad un giudice del lavoro.

L’editoriale del direttore: L’unico modo per salvarci

In queste ore il ministro del Lavoro Andrea Orlando, è tornato sulla morte della docente con un lungo post. «È inaccettabile che in Italia una lavoratrice o un lavoratore subisca discriminazioni sul luogo di lavoro per la propria identità di genere, così come per qualsiasi altro elemento della propria identità sessuale o per tutto ciò che non ha a che fare con la prestazione lavorativa», ha scritto il ministro, aggiungendo: «A qualsiasi insegnante, a qualsiasi lavoratore o lavoratrice che ha rivelato o ha paura di rivelare una parte così importante di sé, voglio ribadire con fermezza: il ministero del Lavoro è dalla vostra parte».

E ancora, il camper «in cui Cloe viveva e dentro il quale ha deciso di porre fine alla sua vita, è anche il perimetro dei nostri pregiudizi, della nostra superficialità, della scommessa che si perde quando scegliamo il disprezzo per compiacere l'ignoranza. Ignoranza verso chi è giudicato diverso, verso chi, invece, vuole soltanto vivere ed essere accolto e rispettato come persona. Questo chiedeva Cloe».

Per il segretario generale della Uil Scuola, Pino Turi anche «il ministero dell'Istruzione è colpevole in quanto è stato complice di quanto accaduto: ha sospeso Cloe Bianco dall'insegnamento, mettendola a lavorare nelle segreterie, non ritenendola più in grado di insegnare e colpendola come fosse una malata sociale. Ma la scuola deve garantire libertà, deve aprire le menti, deve essere immune dai condizionamenti, altrimenti ha fallito la propria missione». 

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