Cinema al 100 per cento, le recensioni dei film usciti giovedì 2 dicembre

Il nuovo western crepuscolare del novantunenne Clint Eastwood (Cry Macho). Il viaggio di due anime sole nel sorprendente “Scompartimento n. 6” (Gran Premio della Giuria a Cannes). Atmosfere alla Ermanno Olmi nel visionario “Re Granchio” degli italiani Rigo de Righi/Zoppis e, infine, un action movie tra i ghiacci con il sempre più vendicativo Liam Neeson

CRY MACHO

di e con Clint Eastwood

Durata: 104’

“L'unica cosa che non posso curare è la vecchiaia" dice il vecchio Clint a un certo punto di “Cry Macho”, suo 39° film, il 24° da protagonista. Forse per quello, per trovare rimedio ai 91 anni portati con una certa artrite baldanzosa, il vecchio Callaghan, il ragazzo di Sergio Leone, continua imperterrito a fare film, non certo così crudi e asciutti come un tempo, ma certo ancora ampiamente vedibili, sapendo trasformate in cinema anche plot assai mosci e ampiamente già visti.

Così è per “Cry Macho – Ritorno a casa”, tratto da un romanzo di Richard Nash del 1975, in cui si narra la missione di cui si fa carico Mike Milo, ex campione di rodeo dalla schiena spezzata dalle molte cadute, recuperare Rafo, il figlio del suo ingrato boss fino in Messico, dove vive con la madre mezza matta e molto zoccola. Ma il ragazzo frequenta cattive compagnie e alleva un gallo da combattimento, Macho, non ama la mamma e forse nemmeno il papà che l’ha abbandonato a Città del Messico. Neanche la madre lo lascia andar via tanti volentieri, tanto che cerca di far fuori Mike. Insomma trama già vista e probabile variante del rapporto padre (nonno?) figlio.  Ma dopo l’inizio un po’ moscio, il film prende vigore, magari con un’andatura un po’ incerta come il suo eroe, che sembra rinascere quando monta a cavallo o guida vecchie auto attraverso il deserto verso la frontiera del Texas. L’incontro con la vedova ancora piacente (ma casta, contrapposta in modo assai conservatore alla giovane allegra) in un pueblo di confine svela un’umanità di fondo tra i protagonisti che l’occhio di Clint esalta e che si rafforza con la crescita dell’intesa tra il vecchio e il ragazzo. E anche Mike assume spessore, la sua voce si fa più forte, insegna a cavalcare a Rafo, si prende cura del gallo da combattimento, oltre che della vedova (le aggiusta il juke-box) e delle sue nipotine. Certo i ragazzini sono sempre quelli e non vi sono novità, ma la regia è ancora capace di scarti d’autore e regge bene la malinconia crepuscolare di fondo. Conservatore, ma dalla mai doma fede nel progresso sociale e nella possibilità dell’emancipazione, Eastwood consegna agli schermi, forse, un film inutile, ma anche un buon modo per curare la vecchiaia. (mi.go.)

Voto: 6,5.

****

RE GRANCHIO

Regia: Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis

Cast: Gabriele Silli e Maria Alexandra Lungu

Durata: 105’

Nella Toscana di pochi anni or sono, ancora si favoleggiava di uno strano personaggio, un po’ ubriacone, un po’ pazzo, che nell’Ottocento si contrappose al signorotto locale e dovette fuggire nella Terra del Fuoco. Figlio di un medico, Luciano si invaghisce di una bella ragazza del posto, che, come nelle gesta manzoniane dei “Promessi Sposi”, viene rapita e sedotta dal principe, nel suo castello, cui Luciano per vendetta appicca il fuoco. Costretto a fuggire, l’uomo emigra nell’Argentina più profonda, tra cercatori d’oro, mercanti e avventurieri. Qui, la ricerca di un mitico tesoro, al fianco di marinai senza scrupoli, si trasforma per lui in un’occasione di redenzione. Ma la febbre dell’oro non può seminare che tradimento, avidità e follia in quelle terre desolate.

Opera d’esordio dei due registi 35enni entrambi, “Re Granchio” è un racconto fantastico, onirico, e insieme popolare sulle vicissitudini della classe popolari. E sulla loro vocazione alla sottomissione.

Girato in dialetto e altre lingue, visionario e illuminante nelle sue raffigurazioni d’epoca che sembrano uscite da un quadro, ricco di chiaroscuri e di contrasti crepuscolari di stampo caravaggesco, “Re granchio” (come quello che in Patagonia guida casualmente i cercatori d’oro) si evolve dalla commedia di costume al racconto filosofico, nei grandi spazi desolati della Terra del Fuoco, che sembrano esser messi lì apposta per far scaturire una riflessione esistenziale, in un linguaggio poetico che richiama “Lu cuntu de li cunti” di Matteo Garrone.

Film della critica, “Re Granchio” e i suoi esordienti mostrano una genuinità di sentimento nei loro personaggi divisi tra l’ingenuo e il sacro, che sarebbe piaciuta a Ermanno Olmi, soprattutto nella elegiaca scelta escatologica della redenzione e del pentimento. Ma la singolarità del film di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis sta nel cambiare continuamente toni e registro, come quando di colpo esplode una sparatoria degna del miglior western. (mi.go.)

Voto: 7,5

****

SCOMPARTIMENTO N. 6

Regia: Juho Kuosmanen

Cast: Seidi Haarla, Yuriy Borisov

Durata: 106’

Una storia d’amore impossibile. Due solitudini apparentemente incompatibili. Eppure, su un treno che sembra diretto alla fine del mondo, Laura (Seidi Haarla) e Ljoha (Yuriy Borisov) si incontrano. Lei è una studentessa finlandese partita da Mosca per vedere alcuni importanti reperti archeologici a Murmansk: la sua relazione con Irina, professoressa di letteratura che frequenta i salotti buoni della capitale, sembra giunta al capolinea. Lui è un ruvido operaio dai modi spicci che beve vodka e mangia cetrioli. Condividono lo stesso scompartimento: il viaggio è un lunghissimo percorso tra il nulla innevato della scricchiolante Unione Sovietica all’inizio degli anni ’90. L’insofferenza iniziale di lei si trasforma lentamente in qualcosa di intimo, indefinibile, dolcissimo e, insieme, struggente nella consapevolezza della sua natura effimera. Juho Kuosmanen firma una sorta di road movie analogico (il walkman, la videocamera, i telefoni a gettoni) e ipnotico, trasformando il treno in una sorta di limbo della vita, un momento per tirare le somme. Il regista finlandese (il film ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes) sceglie uno stile che trae la sua forza dalle immagini come se il racconto di quelle esistenze sgorgasse spontaneo dalle situazioni, senza artifici, seguendo l’incedere della vita lungo quei binari. Il tempo del treno diventa il tempo dello spettatore e la cuccetta la sua dimensione: bisogna lasciarsi trasportare da questo flusso, accettare di fermarsi quando i protagonisti fanno tappa in luoghi così sperduti da sembrare irreali, annusare l’aria viziata del treno tra coperte arrotolate, calzini abbandonati, bucce di mandarino. Con quello sberleffo finale (“haista vittu”!) che sa di rimpianto e, allo stesso tempo, di nuova partenza. Più che cinema del reale, cinema reale. (m.c.)

Voto: 8

****

L’UOMO DEI GHIACCI – THE ICE ROAD

Regia: Jonathan Hensleigh

Cast: Liam Neeson, Laurence Fishburne, Marcus Thomas, Amben Midthunder

Durata: 109’

Nella sua seconda carriera da implacabile vendicatore, Liam Neeson aggiunge un’altra tacca in un action movie ambientato tra camion e ghiacci. Siamo nel nord del Canada dove alcuni minatori sono rimasti bloccati da una esplosione di metano. L’unica possibilità di salvezza è che arrivi in poche ore una pesante testa di pozzo che però nessuno vuole trasportare via terra: per raggiungere la miniera, infatti, bisogna attraversare un lago ghiacciato, carrabile d’inverno ma molto rischioso a primavera. E ora il ghiaccio è troppo fragile. Tre squadre si offrono di compiere l’impresa (naturalmente dietro generosa ricompensa): due fratelli che hanno appena perso il lavoro (esperto camionista l’uno, meccanico con sindrome post traumatica da stress l’altro), una scorbutica nativa americana e un altro autista che conosce bene quelle rotte. Ma il vero pericolo non è rappresentato dalla natura, bensì dall’uomo … Il film di Hensleigh si segnala solo per l’ambientazione inedita e la fascinazione per il ghiaccio, simbolo della precarietà che accomuna protagonisti e impresa. Il resto è una carrellata di politically correct e luoghi comuni: il veterano di guerra, le minoranze, il business senza scrupoli. E anche la componente adrenalinica lascia a desiderare. (m.c.).

Voto: 5

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